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Paolo Conte non è Paolo Conte. O almeno non solo. Tra le più grandi personalità musicali degli ultimi sessant’anni di storia italiana, l’immagine del Principe – come piace chiamarlo a Roberto Benigni – è sempre fumosa, mai perfettamente delineata, con quello sguardo perennemente torvo e subito dopo gentile, con quella sigaretta sempre in mano, immaginiamo accesa dai fornelli di un cucinotto, con quell’aria un po’ menefreghista di chi non si è mai aspettato il successo, di chi non l’ha mai inseguito, ma ne è stato investito, se l’è preso e l’ha pure dominato, alla sua maniera. Paolo Conte non è uomo di mondo, è più figlio della piccola città di provincia, dove non avviene mai nulla di esaltante; figlio della città senza poeti, Asti, ma piena di tragediografi, personaggi sempre alla ricerca del dramma, avviato verso una carriera da avvocato per tradizione famigliare e passione a un tempo, e verso una propensione alla composizione derivata sia dalla passione per il piano dei genitori, sia per l’infatuazione per il jazz che condivide con i fratelli (con i quali formerà addirittura un quartetto). Paolo Conte non è un uomo di mondo, ma potremmo dire piuttosto che nelle sue canzoni troviamo il mondo: è un personaggio/anti-personaggio che vedremmo bene all’Opéra di Parigi, in un bar di Napoli, in uno studio televisivo, all’Arena di Verona e a bordo di una scalcinata Topolino amaranto.

Ma Paolo Conte non è solo Paolo Conte, l’affascinante e schivo troubadour amato dai parigini, sconosciuto ai più nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta, mentre le sue canzoni facevano il giro delle radio ed entravano di prepotenza nelle case di quegli stessi italiani; dalla fortunata collaborazione con Adriano Celentano (La coppia più bella del mondo, Azzurro), al genio stralunato di Enzo Jannacci (Messico e nuvole), al successo inaspettato e stratosferico di Caterina Caselli (Insieme a te non ci sto più), alla poesia malinconica e cinematografica di Bruno Lauzi (Onda su onda). È l’autore che prima ancora che come cantante si impone come una presenza invisibile, forse inconsapevole che quello stile unico che in realtà ne prende in prestito molti altri mixandoli insieme in un unico calderone è già al di sopra di tutti coloro che gli prestano voce e presenza scenica. Giorgio Verdelli in questo ossequioso Paolo Conte, via con me alimenta l’aura di eterna e naturale grandezza in dote a uno dei più grandi cantautori del nostro tempo, qualcuno a cui bisognerebbe ergere un monumento (come gli suggerisce personalmente Renzo Arbore, suscitando il riso del diretto interessato) scegliendo di ripercorrerne (in maniera intuitiva e dispersiva) la carriera concertistica. Le sue canzoni hanno raccontato la provincia, l’Italia, l’Europa, il mondo, ma anche una certa sensazione di solitudine, quella che ti strozza senza scampo, che preme su certe relazioni rendendole difficoltose e quasi impossibili. Un romanticismo decadente che parla a se stesso, quindi già post-moderno.

Artista a 360 gradi, è possibile accostare Paolo Conte alla sbruffonaggine di certi personaggi di letteratura, ma anche a quel diavolo di Roberto Benigni, che lo volle come compositore del suo esordio cinematografico (Tu mi turbi), con quest’ultimo ad accettare senza alcuna presunzione. Paolo Conte è colui che ha eretto l’arte del non prendersi mai troppo sul serio a vero mestiere, eccezion fatta per quel che riguarda il comporre musica, con un’ispirazione che trae linfa vitale dalla pittura descrittiva, dai racconti famigliari del passato, dalla cronaca e dalla poesia, dalla scena jazz francese e americana, da un certo modo di intendere la notorietà, senza alcuna vanità. Senza la pretesa di cambiare la storia, l’ha cambiata davvero e oggi chissà cosa sarebbe la musica senza Paolo Conte. Per fortuna, ci sarà sempre il tempo di un’altra sigaretta, di un’altra canzone.

Presentato in anteprima alla 77ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Paolo Conte, via con me sarà nelle sale italiane solo il 28, 29 e 30 settembre con Nexo Digital. Su queste pagine trovate anche il nostro monografico dedicato all’artista.

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