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In un momento in cui il cantautorato indie-fotocopia sembra aver omogeneizzato il già poco reattivo panorama “indipendente” italiano e in cui imperano le polemiche tra tradizione e innovazione, con dinosauri e neo-adepti che se le suonano telematicamente qui e là, dischi come questo Lampi Per Macachi sono ossigeno puro. E lo sono in virtù proprio di quanto appena detto: c’è il cantautorato non-fotocopia, introiettato e sentito nell’opera di Succi (vedi alla voce Madrigali Magri), eclettico artista a tutto tondo e intellettuale sopraffino (qui accompagnato da Mattia Boscolo alla batteria e Glauco Salvo di Comaneci alla chitarra; alla voce in Come Mi Vuoi anche l’altra Comaneci, Francesca Amati); e poi c’è quel cantautorato made in Paolo Conte che rappresenta insieme una delle stelle del mattino del Baco Da Pietra e uno dei più fulgidi – radical-chic quanto volete, altezzoso quanto volete, ma pur sempre fulgido – esempi di cantautorato di un certo livello per scelte di campo, apporto, profondità, riuscita e quant’altro. C’è inoltre anche la tradizione e pure l’innovazione, in un lavoro coraggioso e difficile nella sua apparente facilità, che prende un canone e lo ripensa, lo rielabora e lo ricrea, rimanendovi affine ma spostando in là l’asticella del confine nel suo dissezionare elementi fondanti per rimescolarli, dando ora più spazio ad uno, ora all’altro. Piccole tessere bianche e nere come i tasti dell’amato pianoforte contiano che Succi conosce a menadito e che rimescola dilatando i silenzi e le pause, aumentando i contrasti e i chiaroscuri, scegliendo architravi spesso non presenti nelle composizioni originali per elaborare castelli sonori personali.
Come intuibile Lampi Per Macachi è un album di cover che Succi immola per intero al suo conterraneo più famoso (e prediletto), e per farlo sceglie una maniera che è filologica nel suo essere un omaggio, ma personale e ben identificabile con la sensibilità e il sentire musicale di Succi. Il programma prevede 8 pezzi, tutti egualmente “stravolti” su lande noir e polverose e tutti mediamente d’alto livello, con ogni ascoltatore che sceglierà di volta in volta, secondo le proprie inclinazioni, le umbratili atmosfere che ammantano Gelato Al Limon o il trip-hop in bassissima battuta di La Fisarmoninca Di Stradella, una Come Mi Vuoi folkish e sussurrata, una L’Incantatrice essiccata ed essenziale e che pare trattata alla maniera dei citati Madrigali o una Bartali poetica e notturna nel suo sotterraneo spoken-word.
Succi e Conte perdoneranno la nostra atavica sfiducia nel prossimo che ci fa pensare a questo Lampi Per Macachi più come al proverbiale “perle ai porci” che ad altro. Ma solo pensare che un lavoro del genere possa passare sotto silenzio o, peggio, essere considerato una sorta di mossa ammiccante se non paracula, ci fa gelare il sangue. Lampi Per Macachi è un case-study eccellente per chiunque voglia tastare il polso della musica popular in italia oggi e l’opera che (forse) ci saremmo aspettati da Succi.
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