• set
    23
    2014

Album

Rocket Recordings

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Inutile negare che l’arrivo improvviso di World Music sul panorama abbastanza piatto delle musiche underground d’oggi fu un piacevolissimo e sorprendente fulmine a ciel sereno. Vuoi le ben architettate leggende sulla provenienza del misterioso gruppo, vuoi l’alone di mistero e le speculazioni intorno ai membri, vuoi la voglia di terzomondismo weird che ultimamente sembra toccare lidi insospettabili – unite ad un sentire musicale coinvolgente e letteralmente posseduto, come nelle migliori tradizioni voodoo e/o afro-beat – hanno fatto di quell’esordio un vero e proprio caso discografico, così come dei concerti del collettivo svedese, quanto di più trascinante e simile agli happening free dei tempi che furono.

Facile anche che la risacca da eccesso di stupore abbia fatto dubitare i più sul reale portato dei Goat, attesi al varco del secondo album – non fa testo il live Live Ballroom Ritual che ne coglieva in maniera fedele l’energia on stage, in quanto appartenente alla grande famiglia del “batti il ferro finché è caldo” – quasi coi fucili spianati. E la congrega svedese risponde da par suo con questo Commune, nomen omen tanto quanto lo fu quel riferimento alla world music nell’esordio: non nel senso “new age” o ridicolmente frivolo del termine, quanto come una sincera rivendicazione di appartenenza.

Meno massimaliste e ridondanti e più asciutte e centrate, le nove tracce di Commune trasudano al solito bombe di energia e freakettonismo a dismisura, ma non inondano né stordiscono col flusso da trance collettiva dell’esordio: nonostante la linea da sabba sia sempre ben evidente, qui si riesce a entrare dentro l’ascoltatore in maniera più raffinata, giungendo lo stesso molto in profondità. I grooves sono al solito acidi, l’impianto mai staticamente tribaloide e la psichedelia vibra a profusione, mischiando funk, afro-beat, sixties rock e quant’altro e trasformando tracce come Talk To God, The Light Within, Goatslaves in piccole bombe esplosive ma perfettamente calibrate.

Se all’epoca di World Music si finiva esausti ed ebbri di quel sabba sonoro che molto aveva di fisico ed erotico, ora, levata la fanfara e ridotta (quasi) all’osso la polpa, se ne gode appieno e si ha voglia di premere repeat più volte. Di questi tempi, non è affatto poco.

11 Settembre 2014
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