Recensioni

7.3

Così intenti a rifuggere la notorietà, mantenendo anonimato e volti rigorosamente nascosti da maschere et similia, i Goat sono divenuti per paradosso una della formazioni più iconiche del nostro presente, sotto contratto per l’Europa con Rocket Recordings che li ha scoperti e per l’America con Sub Pop. Alla rara abilità di (non) veicolare la loro immagine, gli svedesi hanno però sempre abbinato grande sostanza sotto il profilo musicale: se l’impareggiabile World Music, nel 2012, fondeva elettricità psichedelica e world nel senso più ampio del termine con spensierata genuinità vintage e altrettanta energia, due anni dopo Commune irrobustiva i suoni con minor sorpresa ma maggior convinzione nei propri mezzi – ribadendo oltretutto i precetti ideologici di una band che ha fatto della condivisione, dell’apertura propositiva verso “l’altro da sé”, il suo unico diktat.

Volendo sintetizzare, Requiem è l’album dove l’elemento tradizionale, da sempre uno dei cardini del progetto, diventa assoluto protagonista: nella scelta della strumentazione che si apre a corde acustiche in evidenza, pifferi, flauti e quant’altro, nell’assoluta libertà con cui la combriccola asseconda e accumula jam session che fruttano tredici tracce per oltre un’ora di durata (quasi il doppio, praticamente, se paragonata a quella dei due lavori precedenti). L’ascolto integrale è un’esperienza, un vero e proprio viaggio delineato probabilmente con una precisione maggiore rispetto a quella che si vorrebbe far credere. Stupisce, e non poco, l’apertura inizialmente a cappella di Union Of Sun And Moon, anche perché in fondo per giocare sul sicuro si sarebbe potuto semplicemente replicare all’infinito i tribaleggianti, ruvidi sabba elettrici del recente passato. Invece, qui c’è dell’altro: l’inno alla fratellanza quasi pop di I Sing In Silence, il brio catartico di una Trouble In The Streets praticamente anti-bellica, il rituale ancestrale con tanto di hand clapping di Try My Robe  – episodi che definiremmo in un certo qual modo addirittura “solari” – e il blues del deserto della suadente Psychedelic Lover. 

Gli amanti delle cartucce più ritmiche potranno comunque dirsi soddisfatti grazie alla percussività di una Temple Rhythms che si riaggancia agli avi, primo strumentale di una scaletta che non lesina in digressioni spinte: dalle emblematiche cavalcate Seventies Goatband e Goatfuzz, dove riff blacksabbatiani e afrobeat collidono, alla favolosa Goodbye, crescendo di quasi otto minuti tra r’n’r prevalentemente senza spina, free jazz e influenze etniche. Più immediati nella forma-canzone, più coraggiosi che mai nell’improvvisazione, i Goat riescono a plasmare un disco di moderna musica popolare che miracolosamente non suona mai derivativo, né stucchevole nei suoi testi pieni di speranza. Una speranza che gli artisti sembrano preservare per le nuove generazioni, come sottilmente lasciato intendere dalla foto di copertina dove i Nostri campeggiano per la prima volta assieme ad alcuni bambini. Una speranza tramandata in primis con il passaparola, sembrerebbero suggerirci affidando la chiusura a un altro brano monopolizzato dalle voci, ovvero lo spoken di Ubuntu. Eppure, ascoltando bene quest’ultimo episodio, qualche ombra si allunga, più precisamente quando si riconosce fra le note la ripresa del ritornello di Diarani, il pezzo che apriva il disco di debutto del collettivo. È vero che chi ambisce a entrare nella leggenda dovrebbe riconoscere il momento giusto per scomparire dalle scene, ma ci auguriamo che Requiem – titolo misteriosamente inquietante –  non rappresenti il canto del cigno per l’illuminato Caprone.

 

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette