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7.5

Sembra un western privato della violenza e del sangue ma che mantiene intatta tutta l’epica e tutto il pathos di quelle narrazioni di tragedie e virtù umane, spazi sconfinati e limitazioni soggettive, il nuovo/vecchio corso dei canadesi. Molto più diretto e aggressivo sin dall’inizio rispetto ai suoi predecessori, Luciferian Towers pare una sorta di chiamata alle armi – con le armi di Efrim Menuck & co., ovviamente – che abbia come finalità una specie di (ri)conquista del west, fatta di integrità e rifiuto, presa di coscienza e insurrezione.

Le note cacofoniche della parte centrale dell’opener Undoing A Luciferian Towers – oltre a richiamare “idealmente” una riflessione sulla disgregazione di quei «big lazy writ in dull marble obelisks» che sono l’emblema di un sistema di pensiero – vengono seguite da una lontana tromba dagli accenti western, quasi evocatrice di un climax da duello, in modalità “o noi o loro”, che esplode in un marasma free che è l’ideale rappresentazione su pentagramma del caos politico di questo tecno-evo. Pur via via pacificandosi, l’opener mantiene sempre alta la tensione e riprende la linea guida iniziale, quella che si farà continuum ideale lungo tutto il disco, in Fam/Famine in particolar modo: una specie di marcia funerea che sembra quasi un refrain ideologico, una guida “narrativa” a un lavoro lyric-free ma, come al solito, intrinsecamente, violentemente, estremamente politico. Un disco di protesta, si sarebbe detto una volta; un lavoro che è un invito all’ostracismo dell’autorità, alla dissidenza dallo “stato di lavoro”, al rigetto dei confini, delle limitazioni, della dipendenza da uno stile di vita estremamente cancerogeno. Più che novelli Thoreau, i GY!BE appaiono come dei McCarthy del punk(post-)rock: non ipotizzano mondi inselvatichiti o isole felici verso cui proiettarsi, ma delineano mondi in putrefazione socio-ideologica così come economico-statuale, preludendo apocalissi che sono già qui, dentro di noi, dentro questo sistema in cui ci ritroviamo, “complicemente” e passivamente, a vivere.

Musicalmente parlando, Luciferian Towers consta di quattro tracce – alla citata Undoing A Luciferian Towers e Fam/Famine si uniscono Bosses Hang e Anthem For No State, suddivise in tre movimenti ciascuna, in cui spesso le sezioni si ripropongono in forme alterate e già testate in sede live – che formano un album che è post-rock “alla canadese” nella sua essenza più totalizzante: chitarre vorticose, crescendo epici, assaggi quasi avantgarde, vuoti che sanno di tensione e pieni che odorano di catarsi. Nulla di nuovo, ovviamente, per chi segue la band, se si eccettua un dolce “romanticismo” più marcato (le prime due parti della conclusiva Anthem For No State: la terza è un furibondo assalto all’arma bianca) e una più evidente coesione interna che, come si diceva per i primi due passi di questa nuova fase (Allelujah! Don’t Bend! Ascend! del 2012 e Asunder, Sweet And Other Distress, del 2015), non fa che rendere più organico e meno dispersivo un discorso (non solo musicale) che ha sempre bisogno di ampiezza per essere sviluppato e comunicato. I GY!BE sono probabilmente i più profetici musicisti sulla scena underground da almeno un ventennio: prestiamo loro la dovuta attenzione.

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