Recensioni

7.4

Da un intrico di cupezze finemente ricamato si nasconde un fulcro d’oro. Cioè quello che sta alla base delle canzoni di Gold Mass, all’anagrafe Emanuela Ligarò, laureata in Fisica e caparbia musicista DIY, oltre che studiosa del suono. Transitions è il suo album di debutto (con copertina da sabba post-Antichrist), ma suona già straordinariamente autorevole. I dieci brani in programma, nati fra le pareti della propria camera, non soltanto si sono affacciati verso l’esterno ma si sono indirizzati credibilmente oltreconfine, affascinando vari produttori internazionali. La scelta è caduta nientemeno che sullo scozzese Paul Savage, ex batterista dei Delgados celebre per aver lavorato – tra gli altri – con Arab Strap, Mogwai, Franz Ferdinand.

Our Reality introduce avviluppando nella morbidezza scura della parte elettronica, mettendo subito in risalto le capacità vocali e sfumando in una sorta di auto-analitico spoken meta-narrativo, dove l’ossessione musicale è al centro: i confini tra conscio e inconscio immediatamente in frantumi, com’è naturale che sia quando il songwriting è approcciato come una terapia, come un esorcismo dai propri demoni, universali ma abbarbicati sulla propria pelle. L’abbiamo anticipato: Transitions passa da un mood sostanzialmente dark all’altro, come da un’esperienza esistenziale all’altra. Notevole ed emblematica, in tal senso, Fade Out: con i suoi profondi gorghi sintetici, la classicità enigmatica del pianoforte, l’efficacia dei vocal (effettati e non). Ci sono però squarci di luce confessionale: nell’orecchiabile ballata trip hop Happiness In A Way o nei ritmi più sostenuti di She, per esempio. Ci sono anche l’inflessione soul di May Love Make Us, sulla manipolazione attuata attraverso le parole, e la modernità a suo modo arcaica di Mineral Love, sulla violenza delle medesime parole che tutto possono disintegrare. Oppure la delicatezza di una Sentimentally Performed focalizzata sul corpo femminile e la chiusura minimalista di Mayday, lezione di grazia non indifferente.

Il pop di Gold Mass può guardare alla PJ Harvey di Is This Desire?, alla Fiona Apple di Tidal, ai Portishead di Third. Il suo maggior pregio, però, è quello di scavare dentro se stesso, a testa bassa e occhi spalancati su altre dimensioni. In Transitions funziona la scrittura, comunicativa e al contempo capace di sfiorare temi dolorosamente misteriosi. Funziona il sound, quasi inutile specificarlo, che fa tesoro di background accademico e simbiosi con la tecnologia. Funziona il mood, perché complessamente autentico. Transitions è un inizio, possibilmente di grandi cose, ma è un traguardo di compiutezza formale e intensità espressiva. Tra i dischi “italiani”, per fortuna per modo di dire, da ricordare con ogni merito in questa prima metà del 2019.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette