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6.8

Dunque, breve riepilogo. Murdoc esce di prigione e torna dai suoi amati (mica tanto) compari, che nel frattempo, oltre ad averlo rimpiazzato con Ace, acerrimo leader della Gangreen Gang celebre rivale delle Superchicche, hanno fatto un po’ di scatoloni per spostare lo studio a West London. Le sbarre non devono avergli fatto troppo bene. Comincia nuovamente a tormentare 2D e compagni di band, provando a iniettare nelle loro vene una strana sostanza (lo stesso Albarn la evita per un soffio) e costruisce macchine arcade per giocare a un Pacman versione Gorillaz. E per non farsi mancare niente, dà pure la caccia ai fantasmi…

È la solita, intricatissima, storyline della cartoon band più famosa nella storia dell’umanità nei secoli dei secoli, che finalmente ci riconsegna un Howlett più creativo e sul pezzo del solito. Lo avevamo detto per lo scorso album, la narrativa del fumettista stava iniziando a perdere presa sulle vicende del progetto, sempre più mente e cuore di Damon che, quasi quasi, rischiava di diventare una cosa solo con 2D. Ok, su questo punto non è che ci siano particolari novità, anzi, il povero e bistrattato personaggio ad oggi è ancora più triste, pensoso e malinconico, ma perlomeno ha scelto di circondarsi con un bel po’ di gente, proponendo nuovamente una lista di all star da far impallidire chiunque.

Chiaro, per i Gorillaz il rinnovamento è più esigenza che arte, soprattutto in questi tempi bui, e Song Machine non è altro che la solita formula del progetto per dimostrare al mondo di (voler) stare sempre un passo avanti. Inizialmente doveva trattarsi di collaborazioni da svolgere con gli ospiti su due piani diversi degli Studios, dividendosi per mantenere l’uno all’oscuro dell’altro sulla fase di creazione dei pezzi, poi una semplice serie di singoli per sfuggire alle lunghe ed estenuanti dinamiche di scrittura di un intero disco, sta di fatto che alla fine della giostra, sarà il periodo funesto, sarà che Damon una ne pensa e cento (per tenersi stretti) ne fa, questo Song Machine è finito per essere proprio un album, con tanto di versione deluxe (che ad essere onesti risulta la parte meno a fuoco) e il solito tran tran di video interviste, talk, mix, uno show per Apple. Ah, dimenticavamo l’almanacco presto in uscita e la progettazione di un film per Netflix.

Sviscerato il contorno dell’opera, è bello poter sottolineare come anche stavolta i Gorillaz abbiano saputo mantenere un buon ritmo nonostante gli anni sul groppone e l’hype che fisiologicamente non è più quello di un tempo. Ovvio, anche i guest più ingombranti (Robert Smith, Peter Hook, Elton John, Skepta, giusto per dirne qualcuno) fanno più vetrina che altro, ma tanto anche Damon ormai lo sa che una Clint Eastwood dal cilindro non esce più. Niente di anche lontanamente memorabile, per l’appunto, il singolone non lo becchi manco col telescopio, eppure l’impianto, per quanto non si sposti di una virgola dai precedenti episodi – tra hip hop, i beati anni ’80, funk robotico, afrobeat e spolverate punk (Momentary Bliss, uno dei momenti più brillanti) raccolti nelle maglie di un ultrapop sintetico di gran classe – si regge benissimo in piedi. Poi ecco, alcuni nomi erano davvero da coinvolgere nella storia, vedi una St. Vincent o soprattutto Beck, probabilmente l’unico essere sul Pianeta che avrebbe potuto mettere su i Gorillaz se non fosse mai venuto al mondo quel tizio di Leytonstone.

Sulla scrittura restiamo sempre sul campo delle metafore e del detto non detto, anche se stavolta i riferimenti drogherecci fioccano più del solito, così come lo sguardo verso presente, passato e futuro si fa sempre più inquieto – e gli ospiti mettono bene il carico – tra ex che tornano solo ora che hai fatto i soldi, relazioni fallite, tradimenti, delusioni, i pericoli della fama, morte di qua e morte di là.

Nota a margine, stavolta della solita ballad albarniana che ti porta a casa mezzo disco da sola neanche l’ombra, peccato. La prima stagione (un’altra è in cantiere) è filata via senza problemi, non brilla particolarmente, ma siamo troppo affezionati a regia, attori e costumi per perderci anche solo mezzo episodio. Appuntamento al 2021. 2020 permettendo.

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