St. Vincent (US)

Biografia

Etica del lavoro e universi complessi

L’8 agosto 2017 St. Vincent se ne usciva su Twitter con un laconico «I always found work more fun than fun». Ne converrete, è roba estrema anche per il nostrano Nordest, laborioso e produttivo per antonomasia. A vederla non lo diresti: bellissima, dai modi eleganti, frequentatrice dei giri giusti, talmente perfetta da adattarsi in un battere d’occhio ai palcoscenici più modaioli e lussuosi, pur senza appartenervi davvero. Una con la sua faccia e il suo fisico in Italia avrebbe amabilmente vissuto di rendita, orbitando magari negli anfratti di una televisione generalista che non richiede particolari doti per una notorietà a basso costo e ad alto impatto. E invece Annie Clark da Tulsa, Oklahoma, USA, è una musicista serissima, che mescola apparenza e sostanza, e a dimostrarlo pensano i dischi – nella migliore delle ipotesi sorprendenti, nella peggiore “solo” intriganti, e di cui uno in condivisione con David Byrne – usciti in poco più di dieci anni e parte di un percorso affascinante. Un ideale gioco dell’oca in cui rientra un art-rock che non disdegna parentesi cameristiche e certe cadenze quasi Tin Pan Alley (Marry Me, Actor), ma anche un barlume di new wave newyorkese tra Talking Heads e Devo (St. Vincent), certi sperimentalismi tipici del Sufjan Stevens di dischi come The Age Of Adz (Strange Mercy), e persino un armamentario di suoni plastificati e in qualche modo pop (Masseduction). Tanto per dire che quegli occhi da cerbiatto, quella gentilezza accurata e rassicurante che cogli in certi frangenti, è in realtà solo una faccia della medaglia: l’altro lato è rappresentato da un’indole da artista tout court calata nel ruolo di riot-grrrl modernista, tenace, perfezionista, pronta a sovvertire il lessico tradizionale dei generi musicali (cosa suona St. Vincent? Synth-pop? Rock? New wave? Post punk? Avanguardia?), consapevole del ruolo che ricopre e in grado di auto-promuoversi in maniera strategica pianificando ogni più piccolo dettaglio, ma senza scadere in un’ottica commerciale da mega-star da grandi magazzini.

Una che agli esordi non si faceva tanti problemi a urinare «in tazze quando nei camerini non c’erano i bagni»; una che ti fa il rainbow kick con il pallone con la stessa scioltezza con la quale sciorina immortali riff chitarristici passando da Hendrix ai Tool ai Led Zeppelin; una che non ha mai avuto paura della sua sessualità «fluida» e di finire nell’occhio del ciclone dei tabloid; una che in una dichiarazione d’amore sognante come New York è capace di infilare un «motherfucker» per ricordarci il suo senso pratico, il gusto per l’ironia tagliente e forse anche una spolverata di buon cinismo metropolitano. Appunto, la metropoli. In realtà quella canzone, al di là dei supposti rimandi alla vita personale della musicista – meno aderenti al testo di quel che potrebbe sembrare, visto che nel brano, secondo la stessa St. Vincent, si parla anche di David Bowie – pare in qualche modo una sorta di omaggio alla città che l’ha accolta («New York mi ha preso il cuore», dichiarerà a Song Exploder), ma indirettamente anche a una lunga tradizione musicale che dal punk dei Ramones fino alla no wave, dalla new wave di band come i Television fino all’hip hop, da Lou Reed e i Velvet Underground alla disco music, ha sempre generato fusioni di stili affascinanti, e possiede essa stessa quella complessità stimolante e istrionica che ritroviamo nella musica di Annie Clark.

Ovvio che, considerata la puntigliosità con cui la Nostra si occupa di ogni aspetto della sua produzione artistica, poi si finisca per paragonarla a musicisti che hanno fatto della loro stessa vita un’opera d’arte. Gente come il già citato Bowie, Björk, Madonna, lo stesso David Byrne, modello di riferimento e guru per Annie Clark. Nel caso di St. Vincent, mixati abilmente a una voglia di emergere che, seppur basata su capacità acclarate e innegabili, è evidente, e ha l’obiettivo di generare un interesse trasversale a differenti fasce di pubblico, come potrebbero fare popstar come Beyoncé per intenderci. Un obiettivo però da raggiungere con intelligenza e acume, senza svendersi, senza rinunciare alla propria personalità artistica, con molto olio di gomito e qualche colpo assestato nei punti giusti. Si tratti anche solo di comunicazione. Un disco come Masseduction, ad esempio, parla di “seduzione di massa”, ovvero di come sesso, politica, droghe e mille altre “dipendenze” indirizzino indirettamente la vita di ognuno. Un concept che in realtà è un capolavoro di equilibrismo, inteso da un lato come una critica ficcante contro una società dei consumi in cui il corpo stesso diventa merce, spiattellato sulla copertina di quel disco in una posa che non lascia molto all’immaginazione, e dall’altro come metafora del ruolo stesso che la musicista si ritaglia nel momento della performance, “interpretato” attraverso un abbigliamento che prevede completi minimali in latex e stivali alti con il tacco da eroina fetish. Un mettersi in gioco in prima persona che scende a patti – seppur con una valenza evidentemente negativa – con quella stessa politica del corpo esposto in vetrina che si critica, agendo esso stesso da input per una seduzione di massa che non passi solo dalla musica, ma anche da una sessualità comunque ostentata, per quanto de-umanizzata.

«Nelle sue uscite pubbliche riesce a creare una sorta di gentilezza colloquiale, ma la cortesia arriva attraverso una scatola di vetro» (Carrie Brownstein delle Sleater-Kinney)

E poi ci sono le interviste, una parte non meno importante nel quadro promozionale/artistico di St. Vincent. Trasformate esse stesse in una forma di espressione creativa ed artistica, sempre in bilico tra rivelazione, voglia di stupire ed evasione, ma anche caratterizzate da un’attenzione maniacale per i contenuti espressi e da una cortese distanza mantenuta con l’interlocutore. Il che significa che anche quando le tematiche scivolano su argomenti più personali, rimangono avvolte sempre da un freddo pragmatismo che quasi fa sembrare Annie Clark un alieno. Magari uno Ziggy Stardust in gonnella, tanto per tornare ai parallelismi fatti qualche riga più su. Tanto che la scrittrice e musicista nelle Sleater-Kinney, Carrie Brownstein, amica della Nostra, sottolinea a tal proposito: «Nelle sue uscite pubbliche riesce a creare una sorta di gentilezza colloquiale, ma la cortesia arriva attraverso una scatola di vetro». Una scatola che racchiude certamente anche un preciso approccio nei confronti dei mass media, anch’essi considerati dall’artista uno strumento per veicolare coscientemente la propria visione musicale, ma anche il proprio personaggio. Il tutto al netto della routine che questo genere di scambio porta irrimediabilmente con sé, che ai tempi di Masseduction Clark stigmatizza ironicamente con un kit pronto di domande e risposte pubblicato sul suo profilo Instagram.

Eppure, nonostante tutto, St Vincent mantiene il fuoco sull’integrità dell’opera artistica, su un approccio creativo alla musica che non sacrifichi il contenuto per arricchire esclusivamente la confezione, su un livello tecnico esecutivo impeccabile, su un femminismo combattivo che non deve chiedere mai, perché è capace di muovere i fili giusti. Sono questi elementi a renderla una delle artiste donne più influenti del nostro tempo e a catapultarla in un universo soltanto suo, più complesso e articolato rispetto a quello di potenziali “concorrenti” come ad esempio l’allusiva Anna Calvi o magari la più grunge Courtney Barnett.

Dal Texas ai Grammy Awards (e oltre)

Ma chi è in realtà St. Vincent? Nata a Tulsa in una famiglia di genitori divorziati e cresciuta a Dallas, in Texas, Annie Clark incontra la musica da piccolissima grazie a uno zio musicista (Tuck Andress) che suona nel duo Tuck & Patti e che lei, una volta diplomata, accompagna durante i tour, riciclandosi nei ruoli di tecnico di palco e tour manager. Da bambina gioca a calcio, è un’ottima studentessa, ma soffre anche di attacchi d’ansia, ed è la musica ad aiutarla a superarli: a dieci anni è in già fissa con Nirvana e Pearl Jam (che vanno a sommarsi a Led Zeppelin, Jimi Hendrix, Jethro Tull, PJ Harvey e molti altri) e da adolescente suona in band heavy metal e hardcore, tanto che il primo concerto davanti a un pubblico arriva a quindici anni. Un’evoluzione personale fatta di piccoli e grandi passi, come quelli che la spingono a intraprendere studi musicali istituzionali presso il Berklee Music College di Boston, per poi lasciarli dopo qualche anno per unirsi ai Polyphonic Spree prima e alla band di Sufjan Stevens poi. Lo stesso Stevens racconta al New Yorker un aneddoto esemplare, che la dice lunga sull’approccio alla musica e sulla personalità di Clark: «In quel periodo giravo con circa dodici musicisti e c’era sempre un momento del set in cui chi suonava poteva lanciarsi in un assolo. Tutti gli uomini di solito suonavano molte note e velocemente. Quando toccava ad Annie, lei si rifiutava di scendere a patti con quella banale “masturbazione” sulla chitarra da maschio bianco, utilizzando invece i suoi effetti e i pedali. Ricavava suoni stranissimi, un po’ come se il mostro di Loch Ness avesse partorito dentro a un silo».

«Sulle autostrade 10-90 ho mangiato panini vegetariani per otto anni, dormito in motel dietro la prigione del Kansas, urinando in tazze quando nei camerini non c’erano i bagni, mangiata viva dalle cimici al Days Inn di Cincinnati. Ma non cambierei una sola autostrada, città, momento o persona che ho incontrato, per nulla al mondo. Ho amato tutto […]» (St. Vincent)

È in questo periodo che Annie Clark comincia a lavorare sulla sua carriera solista e a esibirsi con il moniker che la renderà celebre. Il dazio pagato ai tempi della inevitabile gavetta la musicista lo descrive nella lettera di ringraziamento che nel febbraio 2015 dedica ai fan dopo aver vinto un Grammy Award con l’omonimo quarto disco solista, eletto miglior Best Alternative Album del 2014. Un ricordo dei primi passi che vale più di mille parole: «Nel 2007 ho firmato con Beggars Banquet Records. Vivevo a Dallas, in Texas, ed avevo trasformato in studio la mia stanza improvvisando su qualcosa che sarebbe finito per diventare il mio album di debutto, Marry Me. I primi giorni da St.Vincent sono stati molto vivaci. All’inizio del 2007, in attesa della pubblicazione del disco, il mio (amato) agente mi ha messo on the road come supporto di Jolie Holland e Midlake. Aveva visto del potenziale in me, ma giustamente, voleva che rodassi le mie capacità dal vivo e iniziassi a sentirmi a mio agio nel suonare davanti a un pubblico. Come la maggior parte del resto della mia carriera, la vita da musicista è stata una sfida su diversi livelli. All’inizio suonavo da sola, semplicemente con la mia voce, una chitarra ed alcuni effetti a pedale, uno “stomp board” e una tastiera. Pensavo che la tastiera non fosse così misteriosa di per sé, così ci ho costruito attorno un incasso di legno con illuminazione. Mio fratello mi ha aiutato a costruirlo nel garage. [Lo strumento così costruito] pesava una tonnellata e mi ha dato non pochi problemi di trasporto […]. Non è stata né la prima né la seconda di tante sfortunate ed esilaranti idee. Gennaio 2007. Ho preso in prestito il furgone di mio padre e ho guidato dodici ore da Dallas alla gelida Lincoln, per aprire il concerto di Jolie Holland (che voce!), in un club con una capacità di appena 150 persone. Credo che il compenso allora fosse di 250 dollari a concerto […] Ricordo che questo concerto mi ha portato ad aprire per i Midlake. La band all’epoca stava promuovendo l’ottimo The Trials of Van Occupanther e loro sono stati i più dolci ragazzi del Texas che si possano mai incontrare. Il batterista, Mackenzie Smith, si sarebbe poi dimostrato un grande collaboratore, suonando in Actor, Strange Mercy e St. Vincent. In quel tour, mi sono unita a un caro amico, Jamil, per vendere merchandise e fare lunghe camminate. Avevamo appena suonato a uno show a Detroit e mentre eravamo dentro una station wagon, una tormenta coprì del tutto l’auto. Jamil assunse un senzatetto di nome Larry per spalare la neve (al college, aveva una Lexus Gold. Tolse alla macchina le parti migliori per rivenderle. Gli chiesi se era triste per questo e mi rispose, “ragazza, pensano di aver acquistato una Lexus ma in verità hanno comprato una Corolla”). Non dimenticherò mai quel viaggio in una Detroit apocalittica, all’una di notte, sulla interstate 94, con Jamil che cercava di rassicurarmi che non avremmo fatto incidenti. Sulle autostrade 10-90 ho mangiato panini vegetariani per otto anni, dormito in motel dietro la prigione del Kansas, urinando in tazze quando nei camerini non c’erano i bagni, mangiata viva dalle cimici al Days Inn di Cincinnati. Ma non cambierei una sola autostrada, città, momento o persona che ho incontrato, per nulla al mondo. Ho amato tutto […]».

L’aspetto della performance, del tour, diventerà poi con il trascorrere del tempo – e con l’esperienza – un punto fermo della proposta musicale di Annie Clark, da un lato per le numerosissime date live collezionate (roba da workaholic, verrebbe da dire), dall’altro perché parte di una concezione artistica che non tralascia alcun dettaglio, dagli abiti di scena alle acconciature, dalla musica ai movimenti sul palco. Tanto che la Nostra arriverà a definire il momento del live come «un golfo da attraversare tra realtà e percezione». La stessa musica dell’artista vive di questa puntigliosa complessità, espressione di uno stile con un ampio orizzonte formale, un grande controllo, ma al tempo stesso anche una certa frammentazione frutto di contrasti stilistici inaspettati; quelli che in fondo ti aspetteresti da una che dichiara di ascoltare senza distinzioni Stravinskij, l’hip-hop, i Nirvana e Beyoncé. «Quando viene il momento di scrivere una canzone – rivelerà la musicista in un’intervista del 2012 alla CNN – ho una sorta di lavagna con varie idee, un po’ come farebbe uno scenografo o un regista». Un’ammissione che fa il paio con quanto dichiarato quattro anni prima a Pitchfork, sempre a proposito del metodo utilizzato per comporre: «Sto sperimentando, scrivendo prima tutta la musica, per poi decidere le regole da seguire. Per esempio, mi impongo che ogni strumento musicale coinvolto non venga suonato come di solito si fa con quello strumento. Ad esempio, decido che la batteria rappresenterà la melodia nella canzone. Piccole sfide che lanci a te stesso per vedere quanto lontano ti possano portare. Non sono il tipo di persona che si siede con una chitarra e comincia a strimpellare».

L’esordio ufficiale da solista arriva nel 2007 con Marry Me. Il moniker scelto per il progetto è ripreso da una canzone di Nick Cave (There She Goes my Beautiful World) e si riferisce all’ospedale in cui morì il poeta/scrittore Dylan Thomas. Marry Me, quando esce, ha già le stigmate del disco cult, tra l’altro esaltato ad ogni latitudine giornalistica: pop irregolare nelle ritmiche (ad esempio nel valzer “modificato” di Jesus Saves, I Spend) ma morbido e catchy nei risultati che non nasconde omaggi alla contemporanea (la chiusura di Now Now porta i Beatles del crescendo orchestrale di A Day In The Life su uno spinoso e nevrotico assolo di chitarra elettrica), alla musica da camera (con ampio uso di archi e pianoforte), al jazz (We Put A Pearl In The Ground), ma anche a una new wave talkingheadsiana futuristica e irresistibile (Your Lips Are Red) e a certe complessità björkiane in ottica r&b che sorprendono non poco (Paris Is Burning, Landmines). Melodie lineari, una voce suadente e, sotto la superficie, un dibattersi di controtempi e geometrie scapicollanti capace però anche di una classicità già adulta (Marry Me, All My Stars Aligned), per «un album intimo che si dispiega in un chamber pop composito – si legge nella nostra recensione – misto a umori jazzy (soprattutto nel cantato) e inflessioni da modern cabaret, insieme al gusto per le stratificazioni orchestrali care all’amico Sufjan, e reminiscenze folk seventies».

Nel 2009 Actor alza la posta in gioco e rappresenta una nuova vetrina per i sillogismi in divenire della Clark, nonostante paia leggermente meno a fuoco rispetto all’esordio: nel computo delle variabili acquista peso una concezione orchestrale della musica (una The Strangers esemplare nel mettere in mostra conflittualità controllate tra la metrica del testo, il beat, le atmosfere sinfoniche del brano e una chiusura urticante affidata all’elettrica: un mix che diventerà uno dei tratti distintivi della poetica di St. Vincent) per certi versi ancora più classica rispetto al primo disco, a cui si appende minacciosa una schizofrenia modernista che sconvolge l’organicità del prodotto finale, ma convince (The Neighbours). Ed è proprio quella schizofrenia il tratto distintivo più evidente di uno stile che diventa sempre più “filosofia dell’inaspettato” e sempre meno un modello estetico precostituito da serializzare. Considerato anche che i brani di Actor nascono come “colonne sonore” (non autorizzate, e solo nella testa della musicista) delle pellicole Disney (e non) che in quel periodo la Clark divora a ritmo continuo, per trasformarsi spesso in quantum leap stilistici destabilizzanti (a riprova, la minacciosa Black Rainbow). Il disco è un’officina in cui si saldano riff, si avvitano suoni nuovi e arrangiamenti inconsueti, si testano nuovi carburatori creativi, in vista di un lavoro successivo che rappresenterà il salto definitivo verso una meccanica riconoscibile eppure diversa ogni volta, oltre che perfettamente tagliata sul personaggio e sulla sua poetica.

«Avrei voluto costruire e disegnare chitarre già a cinque anni. Ero completamente ossessionata dalla sua forma. L’amavo già prima di imparare a suonarla» (St. Vincent)

La grande complessità di Actor, in bilico tra tradizione e modernità, va infatti a cozzare contro uno Strange Mercy pubblicato nel 2011 che sembra spedire una volta per tutte la musicista nel futuro. Un singolo come Cruel la dice lunga, in questo senso: archi (o synth?) a scomparsa relegati a un onirico sullo sfondo quasi impalpabile e dissociato; in primo piano, fanno invece bella mostra un beat che sembra mimare la disco e una chitarra elettrica impegnata a scorticare un riff da mandare a memoria. «Questa volta volevo un disco più immediato e diretto – rivela l’artista – non troppo abbellito e molto guitar oriented». Una chitarra che è dunque, oltre che destinataria di un amore incondizionato nato nell’infanzia («avrei voluto costruire e disegnare chitarre già a cinque anni. Ero completamente ossessionata dalla sua forma. L’amavo già prima di imparare a suonarla»), anche il centro creativo di una musica che di qui in poi suonerà più concreta e quadrata, nonostante le consuete deviazioni e personalizzazioni previste dalla ricetta. A produrre c’è il John Congleton già al lavoro nel disco precedente (e che sarà richiamato nel successivo, omonimo, album), per un avant-art-rock tangente e per nulla preoccupato di spiazzare i fan della prima ora con i Velvet Underground in crescendo, cibernetici e plastificati di Northern Lights, o magari gli scambi acidi di una Dilettante che in qualche passaggio richiama certe atmosfere degli Spoon. Quel che più conta, comunque, è che Strange Mercy apre alla musicista le porte di una notorietà fino ad allora solo di culto. L’album arriva al 19° posto della Billboard 200 e viene giudicato dalla critica internazionale come uno dei migliori dell’anno.

Nel 2012 St. Vincent collabora con David Byrne, per quella che sembra una joint venture obbligata, visto lo stile compositivo che contraddistingue i due musicisti. Del resto è Byrne stesso a individuare il fascino sottile dei brani di St. Vincent: «Sono accessibili, ma se guardi più da vicino, sembrano abbastanza strani. C’è una sorta di tensione energizzante al loro interno. Ci vogliono doti particolari per mantenere efficacemente quell’equilibrio». Love This Giant esce a novembre 2012 ed è il risultato di una scrittura funk-art-pop stratificata, spesso portata a termine tramite scambi di file via e-mail, in cui gli ottoni, chiamati a ricoprire un ruolo centrale nel disco, sorreggono tutta l’impalcatura. Scrive Stefano Solventi in sede di recensione: «Codice genetico etno-funky e divagazioni trip-hop tra i guizzi e i batuffoli onirici d’una brass band: la formula è giusta, inflessibile, oserei dire ingegneristica. Riesce a chiudere un cerchio niente male tra una delle artiste più sostanziosamente cool degli ultimi anni ed un vecchio guru wave forse un po’ troppo istituzionalizzato ma con le antenne sempre dritte». Un what if… realizzatosi pienamente e che conferma le aspettative, insomma, senza tuttavia suonare telecomandato.

«David Byrne è davvero una persona artisticamente senza paura, e questo mi ha ispirato moltissimo» (St. Vincent)

Il “futurismo” che mina costantemente l’estetica della Clark e che in Strange Mercy era sembrato a portata di mano, in St. Vincent (2014) si palesa sotto le spoglie di un funk robotico polverizzato e riassemblato, ironico ma sempre a fuoco, come forse la musica dell’artista americana non era mai stata prima. Lei si fa ritrarre in copertina come una «near-future cult leader» seduta su un trono di plastica rosa (metafora, forse, anche di una “flessibilità di genere” che si ritrova in esternazioni dell’artista come «credo in una certa fluidità tra i sessi; non mi identifico in niente»), dichiara di «vivere nell’intersezione tra accessibile e folle» e di aver imparato tantissimo dalla collaborazione con Byrne («David è davvero una persona artisticamente senza paura, e questo mi ha ispirato moltissimo»). E così viene fuori il suo disco più talkingheadsiano. L’artista «costruisce il suono su un fattore ritmico che non è più la variabile impazzita art-pop ma tutto sommato circoscritta del passato, quanto piuttosto il direttore d’orchestra di cluster sonori polverizzati e coordinati tra loro. Con un John Congleton riconfermato produttore artistico e bravissimo a trattare i contributi strumentali, decontestualizzandoli in una “partitura” sopra le righe ma capace di tradurre un immaginario coerente e per certi versi inedito. Una St. Vincent nuova, meno “ingenua e classica” di quella di Marry Me, apparentemente meno divagante rispetto a quella di Actor, più concreta (rock?) e finanche psichedelica» (dalla nostra recensione). Il disco raccoglie consensi ad ogni latitudine: vince ai Grammy del 2014 come Best Alternative Music Album, viene nominato dal quotidiano inglese Guardian miglior album dell’anno e compare nelle prime posizioni di molte classifiche dei magazine musicali internazionali e italiani. Tutto questo consente all’artista di suonare nei migliori festival mondiali, dal Pitchfork Music Festival a Glastonbury, dal Primavera Sound al SXSW, e di partecipare anche alla celebrazione per l’ingresso dei Nirvana nella Rock & Roll Hall Of Fame cantando Lithium con gli ex-membri della band di Seattle. Segno di un ascesa costante e irrefrenabile verso una popolarità capillare, in cui l’evidente propensione al glamour della bella Annie fa il paio con le ottime doti tecniche della musicista St. Vincent. La Nostra diventa così testimonial per stilisti come Mark Jacobs che la definiscono «l’ultima diva problematica ed elegante», viene scelta per campagne pubblicitarie di marchi di altissima fascia come Tiffany & Co in virtù dell’innegabile eleganza associata alla sua immagine, promuove tecnologie avanzate per l’ascolto di musica in linea con l’idea di modernità che vuole esaltare anche con la sua produzione artistica, arriva persino a progettare una chitarra personalizzata in collaborazione con Ernie Ball Music Man, quasi che la sua firma fosse una garanzia di indiscutibile professionalità e qualità.

Nel 2017 viene nominata ambasciatrice del Record Store Day e decide di curare la regia di The Birthday Party, uno dei quattro episodi che vanno a comporre l’antologia horror, XX. Un progetto quest’ultimo che a suo modo corona una propensione innata per l’aspetto visuale dell’arte già messa in mostra durante i concerti e i progetti grafici dei dischi. In mezzo a tutto questo, ci scappa pure una relazione durata poco più di un anno con la modella Cara Delevingne, che da un lato certifica la flessibilità di genere di Clark («Boys! I am a lot like you / Girls! I am alone like you» canterà la musicista in una Sugarboy in scaletta nel disco successivo) e dall’altro spedisce St. Vincent sulle copertine delle principali testate giornalistiche dedicate al gossip e alla moda, di fatto aumentando esponenzialmente la diffusione del marchio.

In tutta risposta, a ottobre 2017 esce il nuovo album Masseduction, un lavoro che l’artista presenta come qualcosa di maggiormente privato, quasi scritto in prima persona, ma che tuttavia ha anche l’aspetto di una critica – ironica e surreale, per lo meno dal punto di vista estetico e dell’immagine – contro l’epoca del «potere e della seduzione» (sempre a ottobre, neanche a farlo apposta, sale agli onori delle cronache il caso Harvey Weinstein, produttore cinematografico accusato di molestie sessuali da più donne, che darà il via a una cascata di denunce anche ai danni di altri soggetti). Un corpo quasi plastificato mostrato in copertina piegato e di spalle – il fondoschiena che campeggia imbustato in gloriose calze fucsia è della modella Carlotta Kohl – fa da introduzione a brani che arrivano a parlare di suicidio, come capita nella conclusiva Smoking Section, ma che più in generale riflettono sulla dipendenza, sul sesso e sulla contemporaneità: una Los Ageless che tradisce un senso di perdita angosciante («How can anybody have you and lose you and not lose their minds too?») su una wave sintetica e a tratti claustrofobica, una Pills nata da un’esperienza diretta della musicista con l’abuso di medicinali che diventa una filastrocca anfetaminica costruita su allitterazioni, assonanze, strette rime, beat sintetico e chitarra elettrica («Pills to wake, pills to sleep / Pills, pills, pills every day of the week / Pills to walk, pills to think / Pills, pills, pills for the family»), una title track che ha l’obliquità funk robotica di un Prince dei tempi d’oro, tra versi che rimano con una «mass destruction» che non lascia molto spazio all’immaginazione e ciniche ammissioni come «I can’t turn off what turns me on». Poi c’è il lato più pop della faccenda, coadiuvato anche da un co-produttore artistico come Jack Antonoff, già al lavoro con pesi massimi come Lorde e Taylor Swift. Un’indagine inconsueta per St. Vincent, che finisce per aderire con il versante più autobiografico del disco in brani come una New York al pianoforte che le cronache vorrebbero dedicata alla ex compagna Cara Devingne, o magari una Happy Birthday Johnny commovente che si riferisce evidentemente a una persona cara all’artista – la stessa chiamata in causa da brani come Marry Me e Prince Johnny già comparsi nei dischi precedenti? – e in cui la musicista si apre in una maniera molto diretta e atipica per i suoi canoni («Accused me of actin’ like all royalty / Always for show, no true charity / You saw me on magazines and TV / But they only knew the real version of me / Only you know the secrets, the swamp, and the fear / What happened to blood, our family? Annie, how could you do this to me?»). È tutto il disco, comunque, a rappresentare uno scatto in avanti sul versante di una consapevolezza pop che non tradisce nulla del passato obliquamente funk dell’artista, riuscendo in una avvincente sintesi di mondi all’apparenza distantissimi tra loro ma in realtà connessi vicendevolmente.

Il disco viene accolto in maniera ambivalente dai magazine e dai quotidiani e forse, in qualche caso, non compreso appieno: diventa album dell’anno per The Guardian e per il New York Times, e rientra nelle top ten dell’influente Q, di Mojo, della BBC, di Drowned in sound, di Consequence Of Sound, di Uncut ma non nelle preferenze di altre testate altrettanto rinomate, come ad esempio Pitchfork. Il tour promozionale che segue la pubblicazione dell’album tocca i principali show televisivi britannici e americani, da Ellen al Tonight Show di Jimmy Fallon, dal Later With Jools Holland al Late Show di Stephen Colbert e al Daily Show di Trevor Noah, e il copione è quasi sempre lo stesso: completi in latex in bilico tra futurismo e fetish dalle fogge e dai colori improbabili, stivali, body sgambatissimi, in una voluta esagerazione cromatica e di esposizione del corpo che fa il paio con l’estetica e le tematiche scelte per Masseduction, il tutto parte di una peculiare narrativa, a sentire la diretta interessata. Spesso la backing band corrisponde in realtà a una base pre-registrata su cui la Nostra canta, quasi a sottolineare ironicamente la de-umanizzazione della stessa musica oltre che del corpo, tanto che l’unico strumento “vivo” e suonato in diretta è la chitarra creata dalla stessa St. Vincent in collaborazione con Ernie Ball Music Man. La seconda parte del tour si dimostra invece più legata a un approccio rock classico, come dimostra anche il live al Magnolia di Milano a fine giugno 2018 (photogallery e recensione).

Ma le sorprese legate a Masseduction non sono finite: a ottobre 2018 St. Vincent pubblica l’album MassEducation, fratello minore e acustico della sua ultima fatica discografica, in cui la musicista rilegge la tracklist di Masseduction grazie al pianoforte di Thomas Bartlett. Il disco è strato registrato in contemporanea con l’ultimo episodio discografico, e con la sua veste minimale mostra tutte le – notevoli – potenzialità vocali di Annie Clark, sommando tuttavia arrangiamenti tutt’altro che banali, e in qualche caso nei paraggi del minimalismo e del pianoforte preparato di John Cage. «È il caso della ragnatela di input sonori che sostiene Saviour – tra corde pizzicate e note sulla tastiera – o magari dell’ottima resa di una Sugarboy che anche in veste acustica non sacrifica la fisicità dell’originale, vantando pure un certo approccio “orchestrale” senza avere un’orchestra a disposizione. Per non dire di una Pills che saltella ostica tra note gravi e cluster di arpeggi: non certo quello che chiameremmo un tappeto armonico ideale per una cantante», si legge nella nostra recensione. Un lavoro evidentemente confinato nel campo delle “curiosità”, ma tutt’altro che accessorio.

Leggi tutto

Altre notizie suggerite