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7.3

Chi si occupa di scrivere colonne sonore di qualsiasi genere – dal teatro ai film, alle pellicole di cinema muto – forse dovrebbe ascoltare Graham Reynolds. Pressoché sconosciuto alle nostre latitudini, il musicista di Austin, Texas, è uno con un palmares di premi e un curriculum che non possono passare inosservati. Tra le varie soundtrack pubblicate in carriera, quelle di film come Bernie con Jack Black, Before Midnight con Ethan Hawk, Che fine ha fatto Bernadette? con Cate Blanchett, A Scanner Darkly con Keanu Reeves – tutte pellicole di Richard Linklater – ma il musicista si è occupato anche di balletti, jazz e serie TV. Se è vero che i premi ricevuti e la quantità di materiale prodotto non sono sempre sinonimo di qualità, è vero anche che in questo caso indicano di sicuro una certa capacità di adattamento a contesti artistici diversissimi tra loro. Non fosse però che anche il livello della scrittura e degli arrangiamenti di Reynolds è tutt’altro che ordinario, e le sue colonne sonore stupiscono per inventiva e vitalità.

Prendete ad esempio questo The Lodger, soundtrack re-immaginata del film muto di Alfred Hitchcock uscito con lo stesso titolo nel 1927: la caratteristica che spicca all’istante è la grande dinamicità di una texture musicale capace di far convivere archi e classica, ambient, musica contemporanea, elettronica, country e una certa atmosfera inquietante ma fascinosa distribuita uniformemente lungo le dieci tracce in scaletta. Un flettersi consapevole della musica aperto anche alle dissonanze e in bilico tra la fisicità del suono in cui ci si trova immersi e ampie armonie, ottenuto grazie anche a una grande imprevedibilità di fondo e a una certa libertà formale.

Per dire, un brano come la title track parte con una grancassa, un droning sommesso e pulsante, un arpeggio un tantino à la Dario Argento, e poi improvvisamente complica tutto con un crescendo che sembra quasi un urlo, e che dà spazio alla grandiosità di melodie costruite su contrappunti di archi e altri strumenti. Ma è solo un esempio in un disco mai attendista e sempre propositivo, anche quando azzarda certi pizzicato su vagheggiamenti melodici debussyani (When He Sits On The Table) o magari si affida al binomio archi-pianoforte suggerendo sviluppi tutt’altro che telecomandati (la decadente e bellissima You Will Not Rest). Senza dimenticare gli scherzi destabilizzanti di una Keep Your Handcuffs Hidden che inizialmente sembra giocare con Stockhausen per poi arrivare a toccare una cacofonia sui generis e sorprendente.

Una bellissima narrazione, insomma, in cui nulla è quel che sembra. Potremmo definirlo un sogno ad occhi aperti alla maniera del Guillermo del Toro de Il labirinto del fauno, o magari del Bill Ryder-Jones dall’orizzonte orchestrale di un If… calviniano e brillante. State pur certi che The Lodger non comparirà nelle classifiche di fine anno delle principali testate giornalistiche, ma chi avrà il coraggio di avvicinarglisi non se lo scorderà facilmente.

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