Recensioni

5.2

Oggi i Greta Van Fleet sono una delle band-con-le-chitarre di maggiore successo. Questo è sintomo del fatto che non si è mai fatto abbastanza per contrastare il fenomeno delle cover band. La formazione americana dei fratelli Kiszka non è una cover band ma è praticamente come se lo fosse: anche l’ascoltatore più distratto e disinteressato non può che etichettare i GVF come una band clone dei Led Zeppelin (a tal proposito, guardate cosa suggerisce Google digitando “band clone”). Ridurre il loro intero operato a questa etichetta è probabilmente sbagliato, nel senso che quello con i Zeppelin è il paragone più semplice e immediato, ma in realtà è possibile rintracciare anche altri riferimenti, seppur sempre confinati a un certo tipo di hard rock/classic rock/blues rock degli anni 70.

Detto questo, più di quella di altre band figlie del sound di Plant & Co (gli onesti Rival Sons o i Wolfmother, per esempio), l’ascesa dei Greta Van Fleet ricorda quella dei Darkness di quindici anni fa, non tanto per una questione di stile quanto invece per la medesima ironica sfacciataggine nel riproporre stereotipi ben precisi e clamorosamente (sor)passati. Forti di un chiacchierato EP lungo (From the Fires) pubblicato lo scorso anno e di successivi concerti sold out sia in USA che in Europa, Josh Kiszka e compagni esordiscono su LP con dosi di interesse (da parte del pubblico rock generalista) e di scetticismo (da parte di buona parte della critica) distribuite in egual misura. Anthem of the Peaceful Army – così si intitola il disco – si compone di dieci tracce di puro revivalismo hard rock. Benché scopiazzati senza ritegno, i riff si snodano con decisa naturalezza (Jake Kiszka ha chiaramente preso appunti dalla lezione di Page), il classico “bel tiro” non manca, i vocalizzi di Josh (nonostante tutto) sanno essere credibili. In poche parole, i quattro di Frankenmuth, Michigan, sono piuttosto bravi in quello che fanno, persino in una materia un po’ più delicata come quella delle ballads (Anthem).

Cosa c’è che non va quindi? Beh, tutto il resto. Può essere visto come un processo alle intenzioni ma crediamo che tornare a calcare certe orme dopo quasi cinquanta anni non abbia fondamentalmente senso, soprattutto perché non siamo di fronte a un nome di punta di una qualsivoglia nuova corrente revivalista con agganci (contro)culturali come – per esempio – poteva essere il post-punk revival di inizio millennio. Inoltre, se all’epoca l’hard rock era il “nuovo”, il “diverso” o il “ribelle”, oggi è un sinonimo di “rassicurante”. Con le dovute proporzioni, oggi questi cliché rock & roll sono rassicuranti quanto il bel canto alla Claudio Villa nei sixties: il grande pubblico ha sempre avuto bisogno di essere rassicurato e cosa c’è di più rassicurante di un suono (e un’immagine) che conoscono tutti?

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