• Ago
    18
    2017

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RCA

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Lo avevano annunciato lo scorso anno sul profilo ufficiale Twitter con alcuni messaggi che recitavano «1: Chris Bear had a beautiful baby 2: We are starting to record the new album next month with tons of songs!», o ancora «I just want you to know, politics aside, we are all super excited to record this new album next month. We feel great about it, and excited». Erano usciti allo scoperto così i Grizzly Bear, con toni entusiastici su ciò che stava portando al loro quinto album in studio Painted Ruins, uscito lo scorso 18 agosto. Oltre alle vicende personali (il divorzio di Ed Droste) e l’endorsment a Sanders, nei cinque anni passati da Shields i quattro di Brooklyn hanno dato spazio a progetti paralleli (in particolare Chris Taylor) e abbandonato la storica etichetta Warp per firmare, per la prima volta, con la major RCA. Tuttavia, già nel 2015 Droste confessava a Pitchfork che la direzione della band stava prendendo una piega diversa, molto più avventurosa e incline a un certo tipo di cambiamento di natura elettronica.

Dopo due anni, ciò che appare chiaro è che la svolta paventata non è stata così radicale, e quindi non ci troviamo di fronte a un album squisitamente elettronico, quanto a un mélange di generi diversi, immersi nel perimetro, ormai stretto e meramente archivistico, del chamber pop. Electro dunque, ma anche psych, prog e un certo folk romantico che riflette la frammentazione che ha accompagnato la stesura di Painted Ruins: lo stesso Droste ha affermato che «We would never sit in a room and all stare at each other», specificando pertanto che stavolta, al posto di una concertazione figlia di un teamworking forzatamente “in presenza”, l’album nasce e si sviluppa lungo un’asse che tocca New York, Long Island e Los Angeles. Il risultato è una complessa tessitura sonora, a tratti barocca, che eleva i Grizzly Bear a simulacro di quel Brooklyn-sound di cui ormai sono (tra gli) ultimi conservatori. Un arguto lavoro di aggiunta progressiva, dunque, e di cura per i dettagli che si percepisce già nel primo singolo Three Rings. Un crescendo erratico sostenuto dai synth, dove la voce di Droste torneggia e palesa il pesante velo romantico che sarà una caratteristica intrinseca dell’intero album.

A far storcere il naso ai molti radicali ha pensato Mourning Sound: un singolo perfetto (sostenuto dal bel video di Beatrice Pegard, la cui protagonista è Clémence Poésy), apparentemente troppo catchy-pop nella sua forma “semplice”. Come questo, la maggior parte dei brani si muove su un crinale vaporoso con sbocchi testuali open-ended, seguendo un ragionamento che ha come fine unico quello di non dare troppi punti di riferimento. Se dunque brani come Wasted Acres (in cui la vocalità di Rossen ricorda certe atmosfere dei Department of Eagles), Glass Hillside e Systole (quest’ultima cantata interamente da Taylor) rimandano ad alcuni Boards of Canada, Field Music o addirittura Magnetic Fields, è invece in momenti come Aquarian e Losing All Sense che si realizza quel discernimento interiore fatto di fughe acide che segna un ulteriore salto di qualità rispetto a Shields.

Tornando ai testi, è fin troppo facile cogliere quella già citata atmosfera da finale aperto dove sia il passato («Were you even listening? / Were you riding with me? / Were you even listening?») che il futuro («Never reach the end») sono dei giganti sfocati che vanno e vengono, rendendo il presente incerto e spaventoso («This frontier life, the sound of nothing, wasting time, there is no hiding, all is forbidden, all is forgotten»). La ricerca malinconica di un conforto è spasmodica ma non si fa mai luttuosa, quanto piuttosto progressivamente sempre più rigorosa e liberatoria: «leave me helpless, watching far away» (Sky took hold) è l’outro che chiude l’album più personale della band.

Visto da vicino, Painted Ruins è un lavoro meno impattante rispetto a Shields, ma storicamente più importante e strutturalmente più completo e adulto. Sono gli stessi musicisti infatti a dichiarare a PF «There’s that rare kind of intraband wisdom, a more adult approach to problem-solving». La questione è prospettica, arrivano a un approccio più adulto nella ricerca di un certo tipo di sound e, se per molti, questo passaggio ha spesso segnato la perdita di qualche tratto distintivo, ciò non accade con i quattro di Brooklyn. Painted Ruins è il disco perfetto del qui e ora, incerto nel mood e screziato di mille colori, ricercato nei dettagli e non catalogabile, che fa dei Grizzly Bear degli splendidi superstiti del buco nero dell’indie.

25 Agosto 2017
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