Recensioni

7.1

Di questi tempi, il beneplacito di Justin Vernon e l’invito a fare da opening act del tour di Bon Iver, oltre ad essere un marchio che certifica la qualità di una proposta musicale, rappresenta anche e soprattutto una spinta promozionale inimmaginabile per una band che si trova a dover esordire su larga scala. E’ questo il caso degli Highasakite, norvegesi con all’attivo una manciata di EP e un ulteriore ottimo LP, All That Floats Will Rain, uscito nel 2012 e passato però estremamente sotto traccia al di fuori dell’ambiente scandinavo. Questo Silent Treatment è stato costruito, quindi, con l’obiettivo dichiarato di uscire dal guscio, grazie a una proposta che travalica l’etichetta indie-pop e abbraccia una produzione epica ed orchestrale: percussioni che si fanno strada a forza tra archi e fiati e la voce di Ingrid Helene Håvik – una Elena Tonra che prende lezioni da Elizabeth Fraser – a fare da colonna portante di ogni singola architettura sonora. Il quintetto di Oslo si dimostra capace di interpretare al meglio quelle che sono le tendenze del momento, con un’impostazione pop “al femminile” che ricorda da vicino l’intensità vocale di London Grammar e Daughter. Questi ultimi fanno scuola anche e soprattutto nell’approccio più “selvaggio” a quel cupo neo folk d’atmosfera tipicamente 4AD, in grado di rendersi però interessante anche ad un pubblico con orecchie meno affilate, come può essere quello di act ormai sdoganati come Of Monsters And Men e Mumford & Sons.

L’ombra di Elena Tonra aleggia delicata sul triste lamento d’amore dell’opener Lover Where Do You Live e su quello che è probabilmente uno degli highlight del disco, quella I The Hand Grenade che deve moltissimo anche al sophomore del sopracitato vate Vernon. Non mancano nemmeno i richiami al folk-pop più tradizionale, con My Only Crime e Leaving No Traces che riportano alla mente l’incedere delle First Aid Kit e momenti invece dal mood più leggero, come il primo singolone Since Last Wednesday e il rimando alla Svezia dei Billie The Vision And The Dancers di Hiroshima. Sono proprio i synth scintillanti, le parti di batteria fragorose e le atmosfere più giocose degli ultimi due pezzi citati e di Darth Vader a far da contraltare agli episodi più intensi ed accorati, regalando a Silent Treatment quella molteplicità di sfaccettature che permette agli Highasakite di rifuggere qualsiasi tipo di etichetta univoca di genere ed affermarsi come una delle realtà più interessanti e sorprendenti di questo 2014.

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