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Laddove molti registi hanno fallito, Hirokazu Kore’eda è riuscito a superare una delle prove più complesse per un regista affermato e amato: testare la resistenza della propria autorialità contro le intemperie del tempo e dei mutamenti di luogo. Primo film oltre le confortanti mura di casa, dopo una lunga e romantica filmografia dal carattere etnografico, La Vérité è il risultato di «un atto di fiducia» (come è stato definito dallo stesso regista) degli attori e collaboratori che hanno avuto il desiderio di lavorare con una delle personalità più importanti del cinema giapponese contemporaneo; fiducia che, assieme a un evidente coraggio, è stata ripagata poi con la scelta di far aprire al film la 76ª edizione della Mostra di Venezia. Ma a fine visione risulta semplice capire che sono altri i motivi per cui non si sono verificate gravi perdite di bellezza durante il tragitto dal Giappone alla Francia.

«La poesia nel cinema è necessaria», dice Fabienne, la diva francese al tramonto interpretata splendidamente da Catherine Deneuve, in un ruolo che sarebbe potuto essere tranquillamente affidato alla compianta Kirin Kiki. Questa battuta dai toni quasi aforistici cela sia il lato più romantico di un cuore apparentemente freddo e calcolatore, sia il motivo che ha spinto Kore’eda a portare sé stesso altrove. Indipendentemente dal contesto in cui si trova, ciò che smuove la ricerca del cineasta giapponese è la poesia e, in particolare, quella che fiorisce dalla complessità dei legami familiari, di qualunque tipo siano. Solo così poteva mantenere vivace un’interpretazione semplice (e mai banale) della vita quotidiana, trovando quel piccolo punto comune che esiste tra due realtà geograficamente e culturalmente lontane. E questa non può essere una sorpresa per chi conosce i suoi precedenti lavori, a cominciare dal recentissimo Un affare di famiglia, che ha vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 2018.

Esattamente come è stato in Still Walking (la ricorrenza di una morte) e Ritratto di famiglia con tempesta (un cielo in tempesta), è un particolare evento a riunire sotto lo stesso tetto i membri di una famiglia che, per un motivo o per un altro, abitano lontani dal luogo in cui sono cresciuti. Ne La Vérité è l’uscita dell’autobiografia di Fabienne (La Vérité, per l’appunto), in contemporanea a una nuova partecipazione a un film, che rende possibile il ritorno a casa della sua unica figlia Lumir (Juliette Binoche), accompagnata dal genero newyorkese Hank (Ethan Hawke) e dalla piccola nipote. Ma il soggiorno forzato non si rivela particolarmente felice per colpa di alcuni trascorsi burrascosi, la cui natura è legata principalmente all’assenza di una madre (e nonna) che non ha mai avuto le forze di separare la sfera privata dalla gloriosa carriera («Preferisco essere una cattiva madre e una pessima amica, ma una buona attrice»).

Per quanto possa considerarsi la linea principale dell’intera vicenda, il carattere meta-cinematografico del film è solo un pretesto per raccontare le complicate dinamiche di una famiglia che mente per lavoro; oltre a Fabienne, Lumir è una sceneggiatrice, Hank è un attore di serie B della televisione americana e la nipote è propensa alla recitazione. Tra commoventi prese di coscienza e una divertentissima moltitudine di considerazioni sul mondo del cinema passato e presente («Perchè nessuno usa più il cavalletto? Quanto può costare oggigiorno?»), l’ultimo film del regista giapponese propone un ulteriore punto di vista sul rapporto madre-figlia (che in passato era perlopiù padre-figlio, come in Father & Son) e sulla difficoltà di mantenere saldi i rapporti di parentela, soprattutto quando nemmeno il sangue riesce a giustificare una vicinanza. «A chi pensa di aver trasmesso il suo DNA di attrice?», chiede ingenuamente un giornalista a una Fabienne che sarà costretta ad accettare che l’eredità non si manifesta attraverso un codice numerico ma con la partecipazione all’esistenza altrui.

A differenza di altri autori che di cinema hanno sempre parlato, Kore’eda è nuovo a queste tematiche, e infatti non si può non notare che le parti più coinvolgenti rimangono quelle in cui ripropone i cavalli di battaglia: il rito della preparazione del cibo, le accese discussioni a tavola, la libertà del gioco infantile (delicatissima la sequenza in cui la camera segue la nipote all’interno degli studios), treni che arrivano e treni che partono, il cambio di stagione che porta a nuovi orizzonti. Forse è proprio il continuo passaggio tra la realtà e la finzione, tra quello che capita sul “palco” domestico e quello che accade sul set, che porta lo spettatore a perdersi in un percorso senza fine fatto di specchi e riflessi; «avrei potuto usare queste emozioni sul set», impreca Fabienne (o proprio la Deneuve?) dopo aver cercato di riavvicinarsi a Lumir, spezzando drasticamente uno dei momenti più commoventi. Ma nonostante i suoi (in)volontari squilibri di tono, La Vérité rimane un tassello fondamentale nella filmografia di Kore’eda, proprio grazie a quell’armoniosa e ricercata leggerezza, o semplicemente poesia, a cui ci ha abituato e che non ha perso troppo smalto nella sua traduzione europea.

29 Agosto 2019
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