Recensioni

7.2

Abbiamo lasciato l’entità His Clancyness alle prese col proprio “journey through the past” un anno e mezzo fa in occasione di quel Always Mist Revisited che sembrava chiudere i conti con le fatamorgane dreamy degli A Classic Education, residui di un’avventura lasciata in sospeso per far posto a qualcosa di diverso. Che accade oggi, dopo la firma in calce ad un contratto per la Fat Cat Records e la missione in quel di Detroit presso lo studio di Chris Koltay (già al lavoro con Akron Family e Liars). Il risultato è sorprendente fin dal titolo, un Vicious che rievoca senza dubbio alcuno il pezzo cardine del glam intossicato targato Lou Reed.

Più che musicali, i collegamenti col caro vecchio ex-Velvet Underground sono atmosferici: i dodici pezzi in scaletta filano nervosi e scuri, scossi da un lirismo febbrile e una tensione assieme feroce e indolenzita. Come se Clancy si fosse iniettato inchiostro nelle vene per poi concedersi sogni a cuore nero con The Idiot e Tago Mago sotto il cuscino, ferma restando la propensione alle ugge caliginose nelle quali ben si mescolano i rimandi psych e le palpitazioni 80s. L’alternarsi di ballate indolenti e uptempo kraut-wave sembra fatto apposta per tratteggiare una dimensione irrequieta, dominata da un’apprensione febbrile che spesso collassa in languore agrodolce.

Tra le tracce migliori c’è una Slash The Night che plastifica residui Scott Walker con ceruleo sgomento Lower Dens, una Zenith Diamond che scalpita frenesia Wire e una Machines dal motorik crepuscolare e struggimenti Eno, cantata con nella gola un groppo acidulo Jeffrey Lee Pierce. Non male anche le suggestioni allampanate Teardrop Explodes di Safe Around The Edges, il caracollare quasi Malkmus di Miss Out These Days o la breve Avenue che rincula verso radici folk sofferte come una foschia Mark Kozelek. E’ bravo Clancy a fare in modo che questo carosello eterogeneo di influenze sembri una danza macabra che gli accade in testa, l’inverno del suo sconcerto mentre il mondo gli impazzisce intorno e non gli resta che tenersi a galla aggrappato allo specchio infranto delle proprie passioni/ossessioni.

In qualche strano modo, si sente che lo sente davvero oltre il velo della pantomima retronostalgica. Segnando la differenza in positivo.

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