Recensioni

Chi ha seguito l’underground romano degli ultimi anni, in particolare quello di Roma est, non può non aver sentito parlare degli Holiday INN o non averli visti live. E se li ha sentiti nominare o visti saprà già che stiamo parlando di una delle esperienze, specie on stage, tra le più brutali, ossessive, sboccate, iconoclaste, prive di qualsivoglia forma di (auto)controllo si siano viste in giro negli ultimi anni. Sì, la parolina magica che racchiude e riassume tutto è punk, ma in sostanza. Non tanto nella forma sonora che i due, Bob Junior (Trans Upper Egypt, Bobsleigh Baby, Hiss) alle macchine e Gabor (Metro Crowd, Aktion) alla voce/performance, mettono in scena, quanto proprio per l’essenza che vanno a riesumare, senza per questo passare da passatisti o revivalisti dell’ultim’ora. Synth-punk, ad esser precisi, sarebbe la collocazione forse più adatta per lo scarno suono e la valanga di disagio che il duo vomita addosso all’ascoltatore, specie se, ripetiamo, in sede live, ossia in quella che più che un concerto è una sorta di psicanalisi pubblica e catartica: roba che fa tornare in mente momenti mitizzati del rock underground a cui non si è potuto per forza di cose assistere, come ad esempio un live dei neonati Suicide in qualche budello sporco e maleodorante della New York dei tempi che furono.
Anche il percorso discografico dei due, fatto di pezzi piccoli, in cassetta (l’omonima per My Own Private Records del 2013), 7 pollici (l’omonimo su rave Up del 2015), modalità split (quello con gli Hallelujah per Maple Death) o al massimo 12” single sided (il mini White Man per NO=FI Recordings), è un percorso old school, fuori dalle mode del “tutto e subito”, fatto di piccoli passi e crescita consapevole che culmina ora in questa mezzora abbondante edita con sforzo comune da Maple Death e Avant!. Scarno, minimale, ossessivo, il suono degli Holiday INN è un inno alla destrutturazione, alla minimalizzazione, alla reiterazione e alla replicazione nell’era del torbido, sorta di programmatica weltanschauung che prende e rigenera scarti e rimasugli, riusa e ricicla input e rifiuti per metterli al servizio di una urgenza comunicativa che nel suo inglese ciancicato e affossato nel rumore dice più di mille innocui cantautorini o di mille saggi di sociologia spicciola.
Tra rockabilly alienato in modalità Suicide (Dirty Town), un paio di ballad atipiche, lerce quanto lente – la cantilena sexy-funebre di I Don’t Want to Die Alone (I’m Going to Kill You), cover dell’americana Dubais, e Black Sun, messa in musica di una poesia di Alberto Ronchi –, una bomba a orologeria a quattro mani (Feel Free col duo D.a.P. (Diritto d’accesso al Parco)) che è minimal- dada-synth totale, un sambodromo post-techno-punk frantumato (No Speaking) e una lunga, ossessionante, malatissima chiosa omonima che è quasi una celebrazione post-industrial macera e vivida, Torbido si mostra esattamente per ciò che ci si aspettava, da tanto tempo in realtà, dagli Holiday INN. Una danza viscerale sui rifiuti del mondo attuale.
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