Recensioni

Una notorietà raggiunta principalmente in veste di turnista per Mac DeMarco (siamo nel 2013), per Peter Sagar, chitarrista e autore canadese con un ben avviato progetto solista – Homeshake appunto – con cui aveva già licenziato un paio di mixtape e in seguito due album in due anni (In the Shower nel 2014 e Midnight Snak nel 2015). Questo terzo Fresh Air – nuovamente su Sinderlyn – è ora l’uscita che più verosimilmente potrebbe fargli fare il famoso “saltellino” fuori dall’anonimato raccogliendo consensi e visibilità un po’ più diffusi rispetto ai primi due capitoli.
Le coordinate stilistiche in realtà proseguono con continuità quanto iniziato con le due uscite precedenti, ma con una nitida asciuttezza di scrittura che pare questa volta nettamente più focalizzata e matura. Siamo sempre dalle parti di una bedroom electronica tanto intima quanto impregnata di THC, con un mood languido e sciallone che mutua diversi stilemi dall’r&b di oggi (in diversi frangenti sembra di sentire davvero un Frank Ocean bianco e strafumato) nobilitandoli con pennellate jazzy che stemperano la fattanza con una patina più raffinata (vedi i chitarrismi montgomeryiani di Getting Down Pt II). Dalla coltre di fumo e morbidi biascicamenti stoned fanno poi capolino frusciantismi sia vocali (sempre Getting Down Pt II, ma anche e soprattutto So She) che chitarristici (Tv Volume), squisiti confettini di perfezione pop (Every Single Thing) e psichedeliche cicciosità post-wonky cremose il giusto (Khmlwugh).
Una concisa e scorrevole (appena 31 minuti) carrellata di love songs scazzate e fumate, con bassi massaggianti, organetti giocosi e gioiosi, chitarrine jazzate e minimali e melodie belle distese. Niente per cui strapparsi i capelli, ma un disco rotondissimo che si lascia ascoltare con sommo e disimpegnato godimento. Mica poco.
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