Recensioni

6.7

«There was a tiny cactus on my desk. I was angry and i smashed it down. The poor fucking cactus didn’t do anything. I kept the needles in my fist all afternoon. I left the pieces of the pot and the dirt on the floor for weeks. Until my mom finally picked it up».

Questo recita la frase stampata sulla copertina dell’esordio lungo dei bostoniani Horse Jumper of Love: in una manciata di parole emergono rabbia, futilità da cameretta, pigrizia e una vaga disillusione di fondo, tutti elementi che in qualche modo è anche possibile rintracciare tra i solchi della loro proposta musicale. Una proposta che si muove lenta – seguendo i crismi del sadcore – verso territori generalmente poco battuti dall’attuale panorama revivalistico anni Novanta. Il gusto lo-fi premia l’imperfezione, l’abbozzo figlio di uno slackerismo tanto integralista che l’unico brano apparentemente fatto e finito sembrerebbe essere l’iniziale Ugly Brunette, tre minuti scarsi di slow-emorock malinconico costruito attorno ad una melodia chiara e ad azzeccate sferzate chitarristiche old-school.

Le restanti otto tracce sfuggono da una struttura definita, e se al primo ascolto potrebbero avere le sembianze di esperimenti da sala prove (o di materiale prodotto da una band che suona davanti a dieci persone in un bar della periferia di Boston), dopo un paio di passaggi prendono una forma più definita forte di continui escamotage quite-loud, ripartenze e cambi di dinamiche (Bagel Breath). Siamo in scia ai lavori targati Codeine o Bedhead ma il tutto è tagliato da quella lezione US-indie rock post-Pavement riportata recentemente in auge da alcune Bandcamp-stars come Alex G. L’ottima Spaceman invece mostra il lato più intimo ed intorpidito della band: un semplice arpeggio reiterato ed un drumming sghembo a sorreggere un gioco a due voci che dona un velo emozionale di un certo impatto e che rende il ritornello «Talk with your teeth/Kiss you through my shirt/Oh, Spaceman feels good» a suo modo senza tempo. I due minuti weird-fi della loops-strumentale I Want to Paint Horses… And to Have a Horse sono sintomo di quel briciolo di incoerenza che, a giuste dosi, può far bene, e fungono da preludio per una seconda metà del disco in cui gli elementi rintracciati fino ad ora vengono portati all’eccesso. DIRT è una indolente discesa agli inferi, Sun Poisoning ripesca la formula di Ugly Brunette e la lacera con potenti dissonanze che nella coda prendono il sopravvento, mentre la conclusiva I Love You Very Much Forever scorre liquida, ovattata e narcotizzata come le composizioni di Spencer Radcliffe.

Il leader Dimitri Giannopoulos difficilmente diventerà il nuovo eroe dell’indie americano, ma già qui dimostra di possedere personalità e idee interessanti da sviluppare meglio in futuro. Il sapore leggermente amatoriale comunque non impedisce a Horse Jumper of Love di risultare appagante in molte delle sue sfaccettature.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette