• ott
    19
    2018

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Domino

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Con le dovute cautele potremmo affermare che fino a What Is This Heart? Tom Krell sembrava destinato a diventare il Green Gartside della sua generazione. Negli 80s, Green aveva portato gli Scritti Politti al pop senza rinunciare a rimandi colti (i vari Derrida, Deleuze e Lacan) e cavalcando i linguaggi musicali che via via si stavano affermando – o avevano già fatto breccia – nel mainstream dell’epoca (reggae, synth pop, Hip Hop, mutant disco, soul e r’n’b). Similmente, all’interno dei nostri anni Dieci, Krell ha fatto breccia e diviso altrettanto nettamente proponendo musica smart & cool che univa testi di disarmante sincerità ispirati alla New Sincerity ad arrangiamenti che più hanno tenuto banco negli ultimi due lustri. Parliamo di un mix di r’n’b, soul ed elettronica che ha trovato trasversali consensi e pure ascensori per il successo. Tempo fa si diceva che Krell facesse indie r’n’b, per dire che non vendeva abbastanza per sfondare su Billboard. E s’è detto tante volte che l’industria discografica, con l’arrivo di internet e social, abbia subito un duro colpo, soprattutto alla base del mercato, quello indipendente. Eppure se c’è una cosa che non è cambiata dagli anni ’80 a oggi è che dischi anche non banali possono sfondare ai piani alti, vedi Channel Orange, e pure che se insisti troppo sullo smart & cool infilandoci ambizioni mainstream finisce che ti scotti e non arrivi molto lontano.

È quello che ha sperimentato Krell sulla sua pelle nel 2016 con Care, quando all’indomani dell’uscita di quel disco in molti, noi compresi, si sono domandati che senso avesse una copia “sbagliata” di The Weeknd o in generale una proposta con la pretesa di gareggiare sullo stesso piano di James Blake, Blood Orange o Frank Ocean grazie a una fragile e spesso pretestuosa musica da art school bianca e borghese. Differentemente da Green, che si è sempre guardato dal truccare le pedine in gioco utilizzando session men e produzioni come abiti da riporre nell’armadio una volta esaurita la spinta creativa, Krell a sua volta si è servito di ottimi strumentisti e produttori ma si è finora dimostrato più rigido nell’abbandonare la roccaforte della sua proposta (un revival r’n’b di rimando 90s), preferendo raffinarla piuttosto che scegliere in parallelo di svilupparla, evolverla in qualcosa di differente, adattandola alle mutate ambizioni.

Qualche anno fa il suo autodichiarato obiettivo era fare del pop non populista, che è finito per assomigliare alla copia imbalsamata di se stesso; oggi, da quando vive a Los Angeles, è tornato sui propri passi immaginando un film sonoro, piuttosto che una collezione di pop song. Ci sono almeno quattro abiti nel suo armadio ora (l’ambient di GAS, la deep house, il dub di Forest Swords, il post-industrial dei Coil, l’isolazionismo di Grouper), abiti che spesso rubano la scena a una narrazione vocale prima predominante ed ora anch’essa prestata a sconfinamenti ambientali. «È un testamento di questi due anni di solitudine cosmica», ha afferma lui riferendosi al tempo trascorso dalle ultime elezioni americane ad oggi: tradotto significa un disco nordico, catartico, fatto delle tonalità del celeste sì, ma screziate di oscure miodesopsie. Un’opera che quando meno te l’aspetti ti schiaffa il 4/4 e l’hi-hat clubbista (la garage del singolo, l’acid di Nonkilling 3). Il pop, qui spesso agganciato all’house – nonkilling 6 | Hunger e Body Fat – edit – non è del tutto sparito dal radar ma diciamo che la sigurrossiana idea di viaggio puntellata da aerei interventi canori risulta l’aspetto predominante. Da qui anche l’idea di avvalersi di contributi esterni come quelli dei poeti Li-Young Lee e Ocean Vuong, o di rubacchiare senza pudore dal catalogo dei Low (Nonkilling 3 | Ceiling For The Sky è praticamente un plagio).

Un poco fastidioso quando insiste nell’increspare il suono (la co-produzione è affidata a Joel Ford, amico d’infanzia e collaboratore di OPN), eppure valido e ispirato nel suo complesso, The Anteroom si configura come l’opera del riscatto di Tom Krell, quella più varia, forse pure troppo. La vena dei suoi lavori migliori è ritrovata, e questo è un bene, i difetti di lungo corso rimangono. La prova è comunque servita al suo autore per seppellire quell’idea di pop né carne né pesce. E da queste premesse, toh, la ballata da antologia gli è pure venuta bene e senza tanti patemi (Love Means Taking Action), come pure il numero pop house à la Disclosure (Hunger). A modo suo, s’intende. Prendere o lasciare.

22 ottobre 2018
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