Recensioni

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Se è finita, perché fa così male“. Recita così il ritornello di Why, terzo brano di questo terzo disco targato Hurts. Il tono del brano, così come quello di tutto il disco, non lascia spazio a dubbi e certifica la definitiva trasformazione in firma synth-pop per i palchi patinati dei talent del duo di Manchester. Dopo un esordio, Happiness, che li iscriveva nel solco dei Pet Shop Boys o di una versione solare degli ultimi Depeche Mode, il successivo Exile cominciava a mostrare la direzione che i Nostri intendevano prendere per garantirsi una carriera nell’immediato futuro. I dubbi di cui scrivevamo allora oggi si sono dipanati, e possiamo incasellare gli Hurts tra gli aspiranti ospiti da talent, accanto ai vari Mika di questo mondo.

La formula, qui declinata nell’electro-pop è un romanticismo mellifluo che pervade, indipendentemente dai bpm, ogni singolo momento dell’album. Una successione, più o meno solare, di drammi post-adolescenziali del tipo “ho-un-mondo-profondissimo-dentro-che-non-puoi-capire”, ma per loro – artisti – si sublima in canzoni che incontrano l’emozione di un pubblico largo quanto la corsia del supermercato dei cuori spezzati. Ma non è solo la piattezza tematica a lasciare di stucco. Si ascoltino prove canore al limite dell’imbarazzante (Slow), paccottiglia kitsch in formato quasi Nek in Nothing Will Be Bigger Than Us, la melodia monocorde di Rolling Stone doppiata dai synth più bolsi sentiti negli ultimi anni, solo per fare qualche esempio.

In fin dei conti la loro storia è simile a quella di molte band (un esempio? Prendete i Keane) capaci di intrigare all’esordio lasciando intravedere qualcosa di interessante, ma senza che i passi successivi abbiano mai, per vari motivi, visto avverarsi nulla o quasi delle speranze seminate: la parabola del music business per antonomasia.

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