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Due anni dopo un Tennis d’amor che, pur registrando il positivo ingresso in formazione del batterista Michael Camillas (Enrico Liverani), lasciava qualche dubbio per la sua brevità che gli dava un senso di incompiutezza, il trio adriatico torna con un disco non solo decisamente più lungo, ma anche più ampio come concezione. Come nel precedente, la presenza di un umano dietro alle pelli dà alla musica una frizzantezza e un piglio che rafforzano ulteriormente l’impressione che le canzoni del gruppo siano frammenti di musica nati di getto, dall’impulso frenetico di un’ispirazione mai ferma, e poi elaborati in canzoni – e neanche sempre, visto che i cinque brani finali restano per lo più strumentali, lasciati così col gusto semplicemente di suonare, buoni magari per sonorizzazioni tv (in particolare i ’70 della conclusiva La macchina dell’amore).
Il titolo suggerisce un concept, ma non si tratta di satira su quelle “rockoteche” dalle playlist figlie di una retromania che normalizza la invece controversa e agitata storia del rock in una sequenza di “motivi” scollegati dalla loro spesso conflittuale storia (un po’ alla Radio Capital, per capirci), motivo troppo sottile per una satira efficace: se un concept c’è è vago e non riguarda tutto il disco, e nel caso, le due parole “discoteca” e “rock” vanno messe accanto ma non unite. Nel senso che rock è (forse) il piglio con cui i Nostri affrontano la scaletta, mentre di discoteca ce n’è parecchia di quella classica, e quella viene effettivamente satireggiata: classicamente in El mito (efficace presa in giro dei balli latini che ben si presta a dilatazioni live) e con più raffinatezza in un L’anca che vede l’elemento danzereccio convivere con un testo psico-esistenziale in cui si parla di vedere il proprio lato sgradevole allo specchio, mentre Errore romantico cita a modo suo Non ho l’età su una musica da gruppo femminile Motown anni ’60, Rocky Rockstar gioca con la electro più coatta e Miami Mike con un funky ’70s di quello che piaceva a Battisti nonché a tanti suoi emulatori indie recenti – e lì vicino si colloca la cover della bella Mare sopra e sotto del compianto Enzo Carella, dove già non siamo più tanto in discoteca ma in territori limitrofi come l’iniziale Busto, in cui il Minimoog suonato da Tony Pagliuca delle Orme è un viaggio nel tempo.
C’è anche il rock come musica, naturalmente, o almeno quei brani esuberanti di cui dicevamo all’inizio: D’occhio gigante è tipicamente Camillas, Sbranato ricorda (e non è la prima volta) gli Ex-Otago, Motorock potrebbe essere adottata da qualche trasmissione tv come fu per Il gioco della palla, mentre la latina Fresco sembra un po’ troppo seria per loro. E c’è anche il jazz in Jazz a Misano, vintage ai limiti del falso storico con un gran finale in crescendo, e c’è un brano come Dracula: su una base che ricorda Isolation dei Joy Division (!!) e che si fa più esplosiva man mano che si procede, con un senso della dinamica oggi raro, i Nostri cantano un altro dei loro testi che mostrano le assurdità del contemporaneo.
Questo è un disco della maturità: non sappiamo se sia il migliore, ma potrebbe esserlo per la sua compiutezza, il respiro ampio e la varietà sonora; comunque un’aggiunta importante e una testimonianza di gran forma.
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