Recensioni

7.1

Dieci anni dall’ultimo album, una reunion degli Stones Roses alle spalle per la quale «Don’t be sad it’s over, be happy that it happened», un paio di singoli con gli ex compagni non proprio memorabili (anzi), e Ian – Re Scimmia – Brown è tornato solista con un nuovo lavoro. Primo disco per lui a non portare il suo faccione (o parti di esso) in copertina, e qualcosa vorrà pur dire: l’album si chiama Ripples – increspature, guizzi – e la copertina è un collage di anticaglie e ottoni che non è proprio uguale a metterci l’outfit Adidas col calco del suo viso sul petto. Adorabile cafone, Ian. Impettito outsider. Ispirato melodista. Ora quasi completamente biancocrinito. Nei precedenti album My Way (ispirato nientemeno che a Thriller di Michael Jackson e con un pezzo originariamente pensato per Rihanna), The World Is Yours (con l’orchestra) e Solarized (orientalismi Kula-Shaker e trombe messicane non proprio potabilissime) non aveva lesinato su ambizione e attitudine: ognuno di quei dischi rappresentava uno statement più che generoso in termini di produzione e personale da studio coinvolto. Questa volta è diverso, l’Oasis prima degli Oasis fa tutto in casa (o quasi).

Lo si deduce fin dal clip del primo singolo, First World Problems, dove il Nostro suona un po’ tutto da solo. Chitarra, basso e batteria ma anche pelli e bongo, una produzione (fintamente) DIY così come custom è la bicicletta con le forcellone che guida tra i canali in campagna, fuori Manchester. La bici è simile, anzi un riferimento, a quella che guidava più in piedi che seduto in un suo videoclip del 2001. E tra i due clip e i due relativi brani le differenze sono lampanti: F.E.A.R. era un pezzo da “mattino di gloria” con la prosopopea di una Bittersweet Symphony, un dinoccolato pezzo dalle basi disco funky spalmato su ambientazione cittadina incipriata di spocchia, First World Problems mette quella posa al servizio di uno scazzo di provincia, campestre, da risveglio dopo la catarsi Stone Roses con tanto di breakbeat “suonato a mano” e quel giro di basso a ricordare qualcosa… Ha tutto molto senso, anche la scritta che porta sul retro della felpa: «I know the truth and I know what you’re thinking / so la verità so a cosa che stai pensando» che poi è una strofa di Fools Gold, brano da cui riprende appunto il riff alla quattrocorde in cui Brown angolava l’osservazione sulle vanaglorie dei ricconi.

A 21 anni dal suo esordio solista Unfinished Monkey Business e dal suo arresto per aggressione (sempre negata) al personale di un volo che lo stava riportando da Parigi a Manchester che gli costò due mesi di carcere (passati a scrivere nuova musica), Ian non ha certo messo la testa a posto, ma confeziona un disco onesto e azzeccato, che sa di ripartenza: 10 canzoni di cui due cover di artisti reggae di culto (Break Down the Wall (Warm-Up Jams) di Mikey Dread e Black Roses di Barrington Levy) tutte mediamente buone, a partire dalla sopracitata First World Problems che ricorda – ma non copia – Loaded dei Primal Scream (che a sua volta mica aveva il riff più originale del mondo), per arrivare alla folky con tocco mantrico per chitarra acustica e tamburello Breathe and Breath Easy (The Everness of Now) che Liam Gallagher già penserà essere sua (lo spera), alla ballata con la chitarra wah wah che a un certo punto scala marcia From Chaos to Harmony, al gioco di specchi Charlatans / Stone Roses di It’s Raining Diamonds con il campionamento dei gabbiani sullo sfondo (e un giro di chitarra à la Gilmour pensato per Barrett), o al blues con tastiera vintage di Blue Sky Day, e così via.

Ian Brown con Ripples non fa altro farci rivivere la Manchester degli Stone Roses e degli Oasis, dei Charlatans e dei Primal Scream al netto di tutto lo stardom e il music biz. Gli anni ’90 son lontani così come quelli in cui si gonfiava il petto con grandi produzioni. È uno sguardo laterale il suo, eppure, vivo, ispirato, tenace, che sa ancora sprofondare nei sogni e da lì trarre nuove ispirazioni. Bentornato King Monkey.

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