• Mag
    04
    2018

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Matador

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C’era un tempo in cui gli Iceage erano uno dei gruppi più pericolosi in circolazione: volenti o nolenti, i quattro danesi si erano cuciti addosso tale reputazione, partendo dalle più luride bettole di Copenhagen fino alle trasferte europee, ancora adolescenti, e per questo spinti da un furore e un impeto disarmanti; autori di un sound corrosivo e urgente, senza troppi fronzoli, la cui violenza strideva pesantemente con il volto pulito, direi quasi angelico, del frontman Elias Bender Ronnenfelt. Nell’arco di tre album, gli Iceage si erano imposti come una delle cose più fresche ed eccitanti della scena punk nordeuropea, generando spontaneamente una schiera di seguaci e progetti paralleli (Sexdrome, Pagan Youth, Vår) che riportarono Copenhagen al centro della mappa – New Way of Danish Fuck You, a detta dei protagonisti, con la malcelata strafottenza dei vent’anni, il tutto gestito come una sorta di nuovo inner circle paramilitare della musica scandinava, prontamente arruolato dalla sempre lungimirante Sacred Bones di Brooklyn. Non tardarono ad arrivare velate accuse di neo-nazismo, e curiose voci attorno alla band (ricordo di un loro live in cui al banchetto del merch si vendevano coltelli) che tuttavia non scalfirono la loro reputazione, semmai la scolpirono. Eppure, negli ultimi tre anni Ronnenfelt pareva essersi scordato della sua creatura più nota e devastante, concentrando le proprie forze sul side project Marching Church, in cui giocava a fare il Nick Cave primo periodo, riuscendo solo in parte ma mostrando comunque un processo di maturazione in cui il biondo crinito prendeva consapevolezza di sé come showstopper e inguaribile marpione da pianobar.

In mezzo a tutto il marasma (e contate che non sono neanche passati cinque anni), Ronnenfelt prende tutto e si trasferisce negli Stati Uniti, inseguendo il suo sogno americano e ponendo un ultimatum ai tre sodali: o con me, o morte. Le voci attorno al controverso gruppo si erano attenuate, soprattutto dopo il mezzo passo falso di Plowing the Fields of Love, album laccato e decadente che staccava la spina ai bagni di sangue dei primi due, accovacciandosi tra i torpori neri della new wave e del rock n roll à la Johnny Thunders. L’annuncio di Beyondless è quindi una sorta di chiamata alla redenzione, mettiamola così: parte di quell’immediatezza semi-dispersa riappare tra le pieghe oniriche di Catch It, scandita da un ritmo funereo e uno shamisen che conferisce un tocco esotico al tutto (riappare in altri episodi dell’album, come la rovente Under the Sun); i toni si fanno ancora nervosi, ma stemperati da fattori esterni, come un maggior impiego delle orchestrazioni – in tal caso, potremmo tranquillamente affermare che quest’ultimo è l’album più ambizioso dei Nostri. Gli arrangiamenti, seppur altezzosi, non vanno mai a sovrastare/schiacciare l’impalcatura sonora, ma la macchiano e vi si disperdono, come la copertina liquida dalle tinte rosse: sì, c’è ancora tanto sangue, c’è la cronaca amara della quotidianità, e il tono di Elias ha sempre quel non so che di maledetto, per cui il giovane frontman ambirebbe a ricavarsi un loculo nel tempio d’ebano dei cantori dell’abisso, da Peter Murphy a Lux Interior. Ma la strada è ancora lunga.

Beyondless è indubbiamente più vicino ai Marching Church che non appunto agli Iceage, e a volte riesce pure a risolvere questo paradosso con dei bei compromessi (il groove tritaossa di The Day the Music Dies, il caos bianco della title-track), altre volte capitombolando in soluzioni talmente pompose da divenire quasi ridicole (l’insulso vaudeville di Showtime, i vocals di Sky Ferreira in Pain Killer, tanto inutili quanto irritanti e nocivi per quello che in fondo non è nemmeno un brutto pezzo). L’album è la polaroid di quattro ragazzi ormai pacificati con l’impulso di polverizzare ogni cosa passi nel raggio di qualche metro, ed è forse il capitolo-chiave di un bildungsroman che potrebbe (dico, potrebbe) consegnarci una delle band più significative del nuovo post-punk o post-qualcosa, poco importa: basta solo saper ponderare i giusti elementi.

6 Maggio 2018
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