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Ifriqiyya Electrique è un progetto di world music post-industriale i cui titolari sono François Cambuzat e Gianna Greco – già colonna del Putan Club di Lydia Lunch – insieme a quattro musicisti nordafricani, Tarek Sultan, Bahia Couchen, Youssef Ghazala e Fatma Chebbi. Una definizione ad effetto quella che abbiamo usato, forse anche un po’ scolastica, per quanto inevitabile: la musica del progetto rispecchia effettivamente questo incontro tra i suoni industrial/noise e le cerimonie spirituali africane.

Il connubio sonico tra tribalismo, world music ed elettronica rumorista non è nuovo in assoluto, anzi era già presente fin dagli esordi dell’industrial (pensiamo ai 23 Skidoo, per esempio). Non però con questa organicità, rara se non unica almeno a nostra memoria o conoscenza. Un conto è parlare di sample, un altro avere a che fare con un ensemble vero e proprio – scusate il bisticcio di parole – che prende un rituale di retaggio antico e lo traduce con un taglio sonoro moderno in maniera, appunto, così organica (o almeno così compatta e vivace).

Il titolo di questo secondo lavoro a firma Ifriqiyya Electrique, Laylet el Booree, si dovrebbe tradurre con “notte della follia”, e si riferisce a un momento particolare dei rituali “adorcisti” che si svolgono ogni anno nel Sud della Tunisia. Parliamo dei riti sufi e banga celebrati in quell’angolo d’Africa, che sono allo stesso tempo cerimonie di possessione spiritica e di guarigione spirituale. Si può estrapolare l’aspetto musicale di questi riti e unirlo ai beat moderni, ai suoni elettrici ed elettronici di marca post-punk e ai rumori di vocazione noise e industrial?

Assolutamente sì, e la cosa funziona. Il procedere ipnotico e incalzante di questa sorta di voodoo originale (e benefico) è bene impresso nel DNA di un brano come Mashee Kooka, dove i musicologi riconosceranno la classica forma antifonale del rito – con la frase lanciata dal solista e la risposta del coro – e la poliritmia percussiva africana. Ma c’è pane anche per i denti di chi ama il rock in questa trance music aggressiva che in He Eh Lalla ha tutte le movenze di un violento blues (tra)sfigurato à la Grinderman, in Habeebee Hooa Jooani fa pensare agli Einsturzende Neubauten alle prese con i canti ipnotici dei sufi e in Beesmeellah Beedeet a un Fela Kuti che avesse avuto i Killing Joke come backing band.

Partendo da una premessa curiosa quanto in fondo semplice i componenti di Ifriqiyya Electrique mettono in fila una serie di pezzi uno più coinvolgente dell’altro. Fino a un bel finale, con i momenti psichedelici di Mabbrooka e gli scatenati beat techno-house di Galoo Sahara Laleet El Aeed, che sarebbe la colonna sonora perfetta di un rave party sahariano. Lo fanno in maniera energica e curiosa, assecondando l’impeto della musica “etnica” con frenesia fisica anche naif e allo stesso tempo dosando i giusti agganci con la controparte “occidentale” (le virgolette non sono messe per caso, considerando le connessioni remote eppure sostanziali tra il rock e le musiche d’Africa).

Non so se questo disco ci abbia liberati dai nostri demoni o so se sono gli stessi demoni che ce l’hanno fatto apprezzare così tanto. Ci teniamo il dubbio ed è meglio così, se possiamo ripetere “l’adorcismo”: incontrare una volta in più questi spiriti, ed essere posseduti dal loro ritmo, come prospettiva non è niente male.

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