• Nov
    09
    2018

Album

Interscope Records

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Mettiamolo subito in chiaro: gli Imagine Dragons sono la band dei grandi numeri, perché se ci sono due cose che vengono bene al gruppo statunitense sono vendere dischi e riempire gli stadi. Sono attualmente all’ottavo posto delle band/artisti più ascoltati su Spotify a livello globale, con oltre 40 milioni di ascoltatori al mese. Parafrasando una compilation del King, tanta gente potrà mai sbagliarsi?

Parliamo di un successo capitalizzato dall’album Evolve che, grazie ai singoli Beliver, Thunder, Whatever it takes, ha portato la band in cima alle classifiche mondiali. E quindi meglio battere il ferro finché è caldo. Non c’è una pausa, non c’è un punto un punto e virgola, Origins nasce proprio durante il tour mondiale in supporto a quel disco e viene distribuito a poco più di un anno di distanza. E sono stati gli stessi Imagine Dragons, nel video di presentazione dell’album, a rivelarci  che «prendersi del tempo per riflettere non era proprio un lusso che potevano permettersi». Ecco quindi l’album positivo, rispetto al precedente “più cupo e oscuro”. Come dire che le differenze tra l’uno e l’altro, già sulla carta, saranno risicate se non nulle. I singoli però – Natural e Zero – son qui a dimostrarci che il successo intercontinentale tiene ancora banco, eccome se lo tiene. Un plauso va alla produzione di Joel Little (Lorde, Khalid), Mattman & Robin (Selena Gomez, Carly Rae Jepsen) e John Hill (Florence And The Machine) che, portfolio alla mano, sanno bene quali siano gli ingredienti per confezionare hit. Non vi è nulla di male nell’essere il perfetto pacchetto pop commerciale, ma almeno risparmiateci la storia delle contaminazioni e dell’innovazione. Scimmiottare i già non originalissimi Mumford And Sons nella folky West Coast o parlare (più che fare) Hip Hop (esattamente dove? In Digital?) è quanto di più banale si possa fare in questi anni. La solfa poi è sempre la medesima: chitarrine da riesumazione rock infarcite di due linee di EDM (che ai piani alti, senza esagerare, tira ancora) e la solita performance vocale di Dan Reynolds che dà nuova prova di muscolarità. E i testi? Roba che dai fotoromanzi degli anni ’50 a oggi non è cambiata di una virgola. «Nothing ever comes without a consequence or cost», ci dicono in Natural, ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, bravi, ma questo già ce lo aveva insegnato la terza legge della dinamica. «The Roman king, the Romulus / The precipice, born to change / The final days, the last appraise / Augustus, Nero, taking names» ribadiscono salendo in cattedra in Bullet in a gun, ed esprimendo l’originalissimo concetto della fama vista come arma a doppio taglio.

Origins è confuso, incoerente e vacuo, eppure in superficie suona levigato, omogeneo e compatto, l’equivalente di una playlist radiofonica a caso messa in riproduzione casuale. Racchiude tutto quello che la band ci ha dato finora e quello che ci dobbiamo aspettare da lei in futuro.

12 Novembre 2018
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