Florence And The Machine (UK)

Biografia

Secondo la versione che la stessa Florence Mary Leontine Welch ama ricordare, il nome Florence + The Machine deriva da un progetto in cui l’amica Isabella Summers era “Machine” e lei “Robot”. Un act giovanile senza troppe pretese, ma che in qualche modo continua a vivere nella ragione sociale scelta oggi, anche se non v’è dubbio che Florence Welch sia il centro assoluto della musica, con la sua voce potente, e della scena, con la sua persona (e il suo corpo). La Summers, comunque, continua a suonare le tastiere e a venire accreditata come coautrice di alcuni brani.

Le prime attenzioni per il progetto arrivano in Inghilterra, nel corso del 2008, quando il brano Kiss With a Fist, un potente garage-punk pienamente 60s, circola on line e in radio raccogliendo consensi. In realtà la canzone era già in giro dall’anno precedente, registrata da Florence con un’altra band (gli Ashok), mentre sarà la versione del 2008 a finire anche nel debutto sulla lunga distanza, Lungs, a nome Florence + The Machine. Il pop britannico di quegli anni è dominato da Lily Allen, Kate Nash e, soprattutto, da Amy Winehouse. Kiss With a Fist aggiunge a questo parterre femminile la testa rossa della londinese.

Il disco che segue questo exploit, Lungs, non è del tutto a fuoco, dominato da anime diverse, non sempre complementari. Per esempio, il sound punk-garage del singolo che lo anticipa rimane un unicum all’interno dell’album. Il resto del disco – estremamente vario – è dominato da sapori 60s e 70s, con l’intenzione dichiarata di emulare Kate Bush e di non rimanere intrappolati nella formula pop strofa-ritornello. Ci sono i brani potenti in crescendo che caratterizzeranno il disco successivo (Rabbit Heart), ma ci sono anche episodi più propriamente indie dalle radici quasi folk (Dogs Days Are Over) o la ballad dalle sfumature notturne e classic-blues/rock (Girl With One Eye). Su tutto domina la voce, potente, a tratti conturbante, della frontwoman. Vera cifra della formula, già controfirmata dal produttore Paul Epworth (Bloc Party), è la scenografia 70s dei brani come Cosmic Love, che fin dal titolo mettono in evidenza gli elementi che fanno la fortuna della band: romanticismo rock declinato nella sensualità sacralizzata del rito pagano.

La formula è talmente efficace, che diventa l’unica corda (o quasi) toccata dal successivo album, quel Ceremonials (2011) che fin dal titolo esplicita la vocazione da rito collettivo, da religione pubblica. Che in termini commerciali significa l’apertura sempre più necessaria alla arene, con conseguente movimento su un mercato discografico che ha, in quel momento, in Adele (altra voce potente, ma con poco o niente della sensualità della rossa) il faro classic/soul/rock.

Proprio dal confronto con la bionda da talent show, emerge fino in fondo la vera natura del successo di Florence, nel frattempo diventata, And the Machine. Ceremonials è la messa pagana celebrata sulle reliquie di Enya, degli Stones, di Kate Bush (senza averne del tutto l’intelligenza), di Amy Winehouse (senza averne il lato maledetto). E l’altare non può che essere il corpo stesso di Florence, sempre più al centro anche delle immagini ufficiali del gruppo. È così per il video di Seven Devils, con il bianco e nero che spinge verso il mondo idealizzato dei classici, ma anche per la versione a metà strada tra Liberace e la dea egizia di Spectrum (Say My Name). O ancora per la completa iconografia da rocker di Strangeness and Charm.

L’insistenza sulla sensualità e la corporeità viene confermata dai due video che anticipano il terzo disco, How Big, How Blue, How Beautiful, in uscita a marzo del 2015. Il primo, quello che riguarda la title track, mette in scena addirittura due Florence in una danza quasi lesbo-dionisiaca sullo sfondo di un teatro in pietra all’aperto. Il secondo, What Kind Of Man, gioca direttamente con uno dei topoi tipici del blues-rock: gli uomini violenti (e le donne, à la Sandy Denny o Janis Joplin, che non sanno sceglierli). La stessa visual identity, quindi, è piuttosto esplicita nell’indicare gli ingredienti che hanno portato al successo Florence e la sua macchina: melodie di pancia, talvolta con una “botta” davvero potente, che galleggiano in un sound corale da rito sacro, catartico, sublimazione delle limitazioni terrene. Su questa epica rock/religiosa, una donna sola al comando, la sacerdotessa unica di questa chiesa.

Foto di Francesca Sara Cauli (2015)

Tre anni più tardi la formula si ripete in un quarto lavoro che tuttavia riserva alcune sorprese, tutte in sottrazione e al di sotto della rappresentazione, come a voler scoprire una Florence più intima e nascosta, forse anche più “vera”, o perlomeno con un piede fuori dalla porta del proprio culto personale. In High as Hope, con l’androgino ritratto della Nostra a scrutarci dalla copertina, l’affresco melodrammatico, le citazioni bibliche, i cori e le batterie tribali sembrano aver lasciato il posto a una dimensione inedita in cui la parola cantata è quasi costretta a comunicare la “verità nuda”, accompagnata da melodie essenziali, guidate da un filo di arrangiamenti.

Il cuore narrativo dell’album ruota attorno ad alcune vicende autobiografiche ambientate al tempo in cui Florence, ancora adolescente, frequentava la scuola nella sua Londra Sud (South London Forever), ai tempi in cui era «young and drunk and stumbling in The Joiners Arms like foals unsteady on their feet / with the art students and boys in bands / high on E and holding hands with somebody I just met», al periodo in cui lottava contro l’anoressia e la solitudine (in Hunger ammette che «love was a kind of emptiness») o a momenti ancor più specifici in cui elaborare il rimpianto per aver rovinato il compleanno della sorella allora adolescente (in Grace afferma: «I ruined your birthday / I guess I could go back to university / try and make my mother proud»).

Laddove la musica di How Big… sembrava un grande omaggio ai Settanta e ai Fleetwood Mac, quest’album oppone l’inconscio di un’autrice che ha apparecchiato testi e melodie badando alla sostanza, avvalendosi di alcuni ospiti quali Jamie XX (synth), Kamasi Washington (fiati), Sampha, Tobias Jesso Jr. e Kelsey Lu, per circondarla di un misurato vestimento. A guardarle da vicino, le direzioni musicali del disco sono tre: una linea “tradizionale” che ci ricorda la Florence che corre a piedi nudi per grandi palchi al suono di batterie calcanti, arpe pizzicate e voce aperta (South London Forever, Patricia, 100 Years); una linea country-blues che semplifica i risultati dell’ultimo album (June, Hunger, Sky Full Of Song) e chiama in causa Procol Harum, Caravan, Gentle Giant, un po’ la consueta Kate Bush; infine una linea sperimentale – la più interessante del disco – improntata sul suo talento vocale ma anche su nuovi arrangiamenti: la minimale e diretta Big God, con Jamie XX, che sembra chiamare in causa i These New Puritans, sorretta com’è su accordi secchi di piano/basso, una voce che sperimenta molti registri e una coda con accenni di fiati; The End Of Love sembra presa dalla colonna sonora di Donnie Darko, si avvale delle sole note del piano (ricorda Like The Piano di Sampha) e di cori profondi; No Choir, infine, chiude il discorso ricapitolando gli aspetti programmatici («It’s hard to write about being happy because the older I get I find that happiness is an extremely uneventful subject») su una confessione sospirata di sola voce.

A fronte di tutto ciò, le uniche riserve derivano da una mancata omogeneità e dal dubbio che la Florence-artista sotto sotto non voglia abbandonare del tutto la grandiosità barocca e melodrammatica, e quel desiderio occulto ma sempre in agguato di sovraccaricare gli arrangiamenti. High As Hope è qui per suggerirle proprio il contrario, ovvero che è quando la songwriter si focalizza sulle piccole cose portatrici di verità che viene fuori il meglio che c’è in lei.

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