• feb
    17
    2014

Album

Interscope Records

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Le intuizioni erano quelle giuste: a luglio del 2012, recensendo l’EP Continued Silence, non solo avevamo previsto che gli – all’epoca pressoché sconosciuti – Imagine Dragons sarebbero da lì a breve diventati “i Linkin Park della nuova era post-hipster”, ma avevamo anche messo le mani avanti sull’inevitabile esplosione del – non ancora – singolo Radioactive, ad oggi uno dei tre brani più ascoltati di sempre su Spotify con oltre 300 milioni di plays. Rinchiusi nelle nostre più confortanti nicchie, quasi a volerci proteggere dalla – talvolta presunta – immondizia mainstream, forse non ci siamo accorti che, come band, i signori in questione negli ultimi due anni non hanno avuto rivali in termini di successo, posizionando l’album d’esordio Night Visions tra i quindici più venduti dell’anno sia nel 2013 che nel 2014, pur essendo stato pubblicato nel 2012.

Numeri, cifre e record (a cui aggiungiamo futilità assortite quali spot, partnership, OST e Sanremo) che però nascondono una sostanziale mancanza di spessore artistico e una ricerca musicale che ogni volta sembra fermarsi nel preciso momento in cui sta per sforare anche solo di un millimetro dai freddi – ma rassicuranti – binari della hit radiofonica. Se il grande difetto di Night Visions risiedeva nell’ulteriore appiattimento della formula mostrata su EP con il conseguente sconfinamento “nella prevedibilità pop di band come OneRepublic“, il secondo album Smoke and Mirrors (o, a piacimento, Smoke + Mirrors) è invece pesantemente limitato dal problema opposto: il gruppo di Dan Reynolds sembra aver aumentato la dose di ambizione e la varietà di soluzioni, perdendo però per strada alcuni dei tratti maggiormente caratterizzanti. Inoltre la rincorsa alla melodia usa&getta si è fatta talmente spudorata da dare vita a più di una mostruosità (ad esempio, il singolo di lancio I Bet My Life).

Tredici tracce – diciotto nella versione deluxe che include anche l’inutilmente hollywoodiana Mirrors – prodotte, nel credo della pulizia sonora, ancora una volta dal fido Alex da Kid. Una delle migliori del lotto, Gold, pur non possedendo un chorus altrettanto appiccicoso, riprende (oltre alle sonorità care ai AWOLNATION) i bassi profondi di Radioactive, con un Reynolds fastidiosamente testosteronico. Quasi opposto invece l’impatto di Shots, upbeat arioso che, per quanto innocuo, fallisce nel far rimpiangere il peggior Phil Collins solamente perché quest’ultimo in – rari – casi ha prodotto melma difficilmente replicabile. Nella sua frivolezza melodica però funziona ed è questo che conta, no? Nella prima parte del disco, da questo punto di vista, – quasi – tutto fila liscio (c’è spazio ancora una volta per i più ruffiani Coldplay nella titletrack), vista l’abbondanza di motivetti (Polaroid) perfetti per quando si ha il cervello in modalità off.

Nella seconda metà, invece, gli anthem di plastica si fanno più radi e si ha la sensazione che tutto sia lasciato un po’ più al caso (Summer), tra un pizzico di noia (Dream e Hopeless Hopus e il suo chorus da pseudo-boy band) ed episodi assolutamente inspiegabili (Friction non è commentabile…). Se It Comes Back To You strumentalmente è debitrice verso le scelte vincenti dei The 1975, le tracce presenti nella deluxe version sono invece fondamentalmente variazioni sul tema poco incisive; giusto Second Chances sembra leggermente meglio studiata.

Se proprio volessimo trovare un aspetto positivo in questo secondo lavoro degli americani, dovremmo ragionare da veri marketers, individuando il valore aggiunto nella quantità di brani dall’high-rotation facile: quante volte ci è capitato di assistere al velocissimo declino commerciale di band baciate dal grande successo con il primo disco? Beh, gli Imagine Dragons con ogni probabilità non rientreranno in questa diffusissima dinamica con un album come Smoke and Mirriros, che magari non ripeterà l’exploit di Night Visions ma comparirà senza dubbio, a fine dicembre, tra i dischi più venduti dell’anno.

16 febbraio 2015
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