Recensioni

C’è un filo rosso che unisce Francesco Guccini e un certo cantautorato nostalgico e rockeggiante à la De Gregori a frange discografiche autoriali come quelle di un Giancarlo Frigieri o dei qui presenti Ismael: uno scrivere testi con un taglio personale e poetico – che alla fine è forse più emiliano che romano – legato alle stagioni della terra e a un vivere necessario ma complicato, in cui la dimensione privata va oltre l’orizzonte della “bassa” per farsi umanità di sentimenti trasversali. Gli Ismael del frontman e scrittore Sandro Campani – di recente pubblicazione il suo romanzo Il giro del miele – sono sempre riusciti a sintetizzare tutto questo in una musica profonda ma energica, memore di certe chitarre elettriche lancinanti un po’ à la Dream Syndicate (ad esempio nell’ottima Canzone della Vedova), seppure rielaborate in un’ottica italianissima (il miglior Giorgio Canali ci pare dietro l’angolo). Pochi ingredienti ma ben dosati, insomma, tra equilibri di basso, batteria, sax e sei corde, a costruire contrappesi intriganti ai testi fatti di crescendo, arpeggi minimali, armoniche desolate (Canzone dei Salici) e veementi ingorghi elettrici.
Cosa c’è dopo la deriva edonistica e disperata dell’Emilia Paranoica, si chiede la band? «Ora siamo nella post-deriva, ed è di questo che narrano brani come La gente che vive, furiosa staffilata che fa da possibile manifesto a tutto il disco. O Canzone dello specchio, fotografia di “un’etica del lavoro che si è trasformata nell’etica del farsi il culo, testa a terra, disossandosi e perdendo qualunque visione che non sia quella dell’accumulo di ricchezze e di rancori”. La calpesti, ci affondi, nella terra d’Emilia, ma non riesci a vederla davvero. “Altrimenti non ci metteremmo a cantarla”. E allora ti chiedi “com’è che ci vive la gente che vive?”». Tematiche legate a un’attualità che evidentemente rompe gli argini di un localismo intimo e di quartiere, per indagare implicitamente un’universalità condivisa.
È un disco intenso e fisico, Quattro, da un certo punto di vista anche esiliato rispetto a una contemporaneità che musicalmente è ormai oltre gli steccati stilistici tutto sommato classici che ritroviamo in queste 12 tracce – ovvero un circoscrivere argomenti rock-blues “alla vecchia”. Ma forse è proprio rimanendo fuori dal tempo che gli Ismael guadagnano quel realismo poetico così tangibile e nel medesimo istante tagliente che li caratterizza.
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