Recensioni

Recuperiamo dal 2016 l’omonimo esordio degli Istvan edito da Bronson Recordings (“braccio” discografico della ravennate Bronson Produzioni), perché degno di nota per meriti squisitamente musicali. La formazione è un terzetto chitarra elettrica, basso e batteria da Forlì calato in un post rock dagli intriganti risvolti stoner/heavy. La parola d’ordine è “psichedelia”, in un esordio praticamente strumentale – pochissime le parti cantate – che riesce nell’impresa di interpretare la materia come l’avrebbero studiata i Pink Floyd se fossero stati gli Slint, tra assoli di chitarra acidi persi nell’iperspazio e improvviso ribollire di overdrive lancinanti (Kenosis). C’è un ottimo interplay tra le parti, come dimostra una Bohor in cui la batteria di Marco Sabbatini e il basso di Giacomo Russo fanno da cerniera al “vagare” quasi à la Quicksilver Messenger Service della chitarra di Carlo Pedretti, e talvolta uno sbandare “prog” che non sarebbe dispiaciuto ai Motorpsycho ultima maniera (Mire).
Del resto i tre sono bravi a non cadere negli stereotipi del post-qualcosa a tutti i costi e dei muri di distorsioni per partito preso – quindi niente arpeggi ad libitum o macchiette in stile Kyuss – dimostrandosi abili tessitori di una trama sonora imprevedibile (Roundweg è anche figlia dei Black Sabbath più doom), dagli ottimi sviluppi e in cui non ravvediamo facili scorciatoie. Bravi.
Amazon
