Recensioni

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Izi è sempre stato un oggetto interlocutorio e sfuggevole ai facili inscatolamenti all’interno delle varie nicchie del tanto strombazzato panorama trap/nuova scuola italiana. Ha il piglio giovane e la furberia per piacere ai ragazzini delle medie che girano con la cassa nello zaino, ma anche lo spessore potenziale per arrivare ad ascoltatori molto più smaliziati; ha un flow ineccepibile anche su cose più tradizionali, ed è al contempo un virtuoso dell’autotune, usato sempre non come correttivo ma come vero e proprio strumento; è capace di scrivere testi che guardano alla tradizione cantautorale storica italiana e genovese in particolare, ma anche di perdersi in ueue e barre sulle canne facilmente mem-izzabili dai giovanissimi. Insomma, ha tutte le carte a posto per non avere un posto, e tenere i piedi saldamente infilati in due scarpe non è sempre un bene. In questo senso Aletheia, il suo terzo LP dopo Fenice e Pizzicato, non aiuta a sbrogliare la matassa. Si tratta di un disco che alterna momenti ottimi a riempitivi soprassedibili, strofe mature su depressione e temi più impegnativi a concessioni più immature. Musicalmente la pietanza è assai prelibata, con un team produttivo di grande caratura alle spalle, tante basi interessanti e variegate, il flow che esalta il giusto quando realmente spinto verso le sue reali possibilità e il carisma del personaggio che non si discute. Proprio per questi motivi, si poteva fare meglio.

Dopo l’iniziale Volare II, con i consueti volteggi autotunati su cassa dance, arrivano i due singoli con feat. importanti: sia con Speranza che con Sfera Ebbasta il risultato è un discreto bignami che incontra perfettamente le aspettative che possono generarsi nel leggere i credits dei pezzi in questione. Quindi nessuna sorpresa, e la targa “singolo Spotify-ready” in bella evidenza. I numeri più interessanti cominciano ad arrivare con Weekend: beat boom-bap e piano pensoso di sfondo, è la naturale prosecuzione di un riuscito esercizio di stile come Rap, con Izi a sfoggiare un sofferto crooning da bluesman che può ricordare Luchè e diverse barre in un inglese convincente. Dopo l’altrettanto ottima A’dam arrivano un paio di episodi trascurabili come Uh, Che Peccato! e la latineggiante Dammi un Motivo. Dolcenera è invece il cuore concettuale del disco, tributo a DeAndrè e alla città di Genova che farà facilmente strillare al sacrilegio i più reazionari commentatori da social, ma risulta decisamente riuscita. Dopo una passabile routine francofona (San Giorgio) arriva l’eccellente Carioca, in lizza per il titolo di apice dell’album, con le successive quattro tracce che non aggiungono granché al tutto. 

La tracklist si risolve quindi in un tour ampio ed eclettico ma in fondo un po’ dispersivo (accorciare la scaletta di una cinquina di pezzi avrebbe probabilmente aiutato) e la collocazione finale, come si diceva in apertura, rimane piuttosto incerta. Quindi bravo, ma dove vogliamo andare a parare?

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