Recensioni

7.5

Siamo nel boom incontrollato dei Lil e Yung qualcosa, e dei vari Signorini che de-costruiscono da Dio il nulla senza avere nulla da dire. Ma sono probabilmente i Philip Glass del Soundcloud rap, o i Fausto Romitelli del vegetarian grindcore, o i Truce Baldazzi del serialismo integrale, ma andate pure avanti voi e se non capite siete dei barbagianni rimbambiti. In tempi come questi c’è un disperato bisogno di personaggi come J Cole, più schivi di Banksy e più bravi di quasi tutti. Basta un giro sul suo account Instagram per farsi un’idea. Stavolta sembrava avesse interrotto la scelta di non avere mai ospiti esterni nei suoi dischi, con il featuring di questo fantomatico kiLL edward, ma è saltato fuori che in realtà è sempre lui con la voce rallentata. 

K.O.D. è il disco che l’artista rap di successo teoricamente dovrebbe sempre fare: quello educativo ed impegnato, ma non per questo pesante, che approfitta della visibilità raggiunta per parlare al mondo dicendo cose belle, giuste e magari anche utili. L’acronimo sta per kids on drugs, e sin dalla copertina si può intuire quale sia il tema centrale del disco. Non di sole sostanze si parla però, ma in senso più ampio di tutta una serie di dipendenze volte a mascherare insicurezze che hanno spesso radici ben profonde. 

Dopo un paio di sberleffi agli Young Signorini del caso (la titletrack), si entra da subito nella viva materia del disco. In Photograph vengono declinati i paradossi dell’amore al tempo dei social network: innamorarsi di una persona grazie ad una semplice foto, desumerne la personalità dal suo profilo online, trovarla intrigante e misteriosa solo perché magari non lo aggiorna frequentemente. È un ritratto dell’amore in cui prevalgono le sfumature inquietanti e paranoiche, ben riassunte nella sinistra chiusura di ritornello «love today’s gone digital / And it’s messing with my health». ATM e Motiv8 si susseguono in una spirale claustrofobica di cui la disperata ricerca di denaro è l’unico motore, mentre Kevin’s Heart wordplay abbastanza intuitivo con il comico Kevin Hart e le sue recenti confessioni extra-coniugali – esplora il legame tra droghe e infedeltà. 

In BRACKETS Cole diventa esplicitamente politico e sfoga i suoi dubbi in merito a dove finiscano i soldi delle sue ingenti tasse, probabilmente facile preda di un Sistema che racconta la storia ai ragazzi a scuola celebrando solamente gli eroi bianchi e «sbianca i propri peccati». Siamo nel 2018, e «maybe we’ll never see a black man in the White House again». L’alcolismo della madre, nel commovente spaccato di un’infanzia difficile con la strada come scelta volontaria per fuggire da una situazione familiare disastrosa. E in tutto questo, il senso d’impotenza nel poter aiutare la persona amata in nessun modo: «I wish that I could say the right words to cheer her up / I wish her son’s love was enough». Difficile che storie come queste abbiano un lieto fine, e infatti Cole scapperà al college, cercando di allontanare il dolore. La madre, dopo un inevitabile divorzio, diventerà una tossica con la passione per il crack. Al trauma di un’infanzia rovinata si aggiunge così il rimpianto per non aver forse fatto abbastanza: «lookin’ back, I wish I woulda did more instead of runnin’». FRIENDS è senza dubbi la traccia cardine dell’intero disco: la strofa da sola è probabilmente la più sincera, abrasiva, diretta ed efficace che si sia sentita quest’anno. Scavare a fondo e senza fine per capire da dove nasca tutto questo bisogno di dipendenze per riuscire a farcela nella vita di oggi, proporre la meditazione come possibile, forse improbabile alternativa, consapevole che «this message is not the coolest to say»; ogni singola linea sarebbe da citare per poter anche solo suggerire un’idea della bellezza di questo testo. 

La conclusiva 1985 (Intro to “The Fall Off”) è poi un’altra, elegantissima diss track rivolta alle giovani leve del mumble/Soundcloud rap (i vari Lil-something). Dopo Everybody Dies, invece di abbassarsi agli insulti Cole sale due scalini e si riposiziona su un piano ben più alto: sopra un beat volutamente old school si cala nei panni del vecchio e saggio papà, ammonendo e consigliando tutti i parvenue. Fate sempre tanti live (perché è da quelli che arrivano i soldi per mangiare), anch’io da giovane mi prendevo bene con le droghe e non capivo niente, eccetera. Poi però, qualche stilettata di fino la tira: quando tutto il trend trap finirà, «But you forgot you only popped ‘cause you was ridin’ trends / Now you old news and you goin’ through regrets». Forse alla sua età penseranno che i soldi era meglio investirli invece che buttarli in droga e gioielli, mentre lui sarà ancora in giro (I’ll be around forever ‘cause my skills is tip-top). E allora un augurio, che ancora una volta non le manda a dire: «I wish you good luck / I’m hoping for your sake that you ain’t dumb as you look».

Anche produttivamente la direzione è ben precisa, e sembra a sua volta sfidare un po’ la contemporaneità. Si passa da dimessi scampoli di chitarra vagamente fruscianteschi (Photograph) a piani pensosi e sfoglie boom bap (The Cut Off) e future funk rallentato dal fumo (Kevin’s Heart). Chiamatelo urban jazz o come volete, sicuramente in cuffia fa la sua signora figura insieme all’ultimo Saba, con cui si gioca (forse in leggero vantaggio) il titolo di disco hh dell’anno fin qui.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette