Recensioni

Ormai è chiaro che il vero J Mascis, l’artista dai lunghi capelli d’argento giunto alla soglia dei 50, è sempre più facile rintracciarlo negli album solisti piuttosto che nei lavori pubblicati con i Dinosaur Jr. Se con questi ultimi, infatti, è ancora prigioniero di un ruolo da noisemaker scientemente ritagliatosi nel corso degli anni, è quando rimugina in solitaria che può finalmente abbandonarsi a quella soave elegia che con l’avanzare dell’età gli è sempre più consona.
Anche quando poteva dirsi (suo malgrado) giovane, Mascis si è sempre mostrato incline alla meditazione malinconica, all’uggia solipsista. Nel 2011, con l’acustico Several Shades Of Why era un po’ come se si mostrasse al mondo con i vestiti da casa, immerso in una naturale classicità che ne metteva in risalto il tocco vellutato, le innate doti da songwriter e lo metteva al riparo da un mesto autocompiacimento. Tied To a Star non riprende solo il discorso di Several Shades, ma ne potenzia le intuizioni più felici, finendo per suonare come il suo album più maturo e personale.
A questo punto ci sarebbe da citare la schiera di ospiti che impreziosisce l’album: Pall Jenkins, Mark Mulcahy, Ken Maiuri, fino al melodioso duetto con Chan Marshall (Cat Power) su Wide Awake. La verità, è che la personalità del Nostro ne esce talmente rafforzata e definita, da non concedere l’onore dei riflettori a nessuno fuorché a se stesso. Ha quella capacità di suonare familiare all’istante, grazie alla voce fragile e al tiro spigliato di una Every Morning, che se avesse appena qualche watt in più, la si potrebbe collocare agevolmente fra gli episodi più spensierati dei Dinosauri.
Contestualmente c’è la voglia di spingersi verso territori nuovi ma contigui, per merito di un chitarrismo che fa sembrare semplici anche le costruzioni più ardite e ad un modo peculiare di descrivere il mistero del quotidiano. Una psichedelia a bassa intensità che arde delicatamente nel finale organistico di Me Again, nell’arcano folk zeppeliniano di Drifter e che colpisce basso proprio quando sembra accadere poco o nulla. Quando il ritmo rilassato di Trailing Off si increspa e la pennata si fa irregolare, ad esempio. Oppure quando, nella circolarità minimale di Better Plane, irrompe una chitarra appena elettrificata, languida e fluida. Si attorciglia intorno alle budella e ci lascia l’ingrato compito di dipanare tutta questa densa matassa di sentimenti.
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