Recensioni

7.2

«Do you have peace?» Il nome scelto dal trio bristoliano Jabu – composto dal producer Amos Childs, e dai cantanti Alex Rendall e Jasmine Butt – per la loro nuova etichetta ci pone una domanda tanto banale quanto capace di sgretolare presunte certezze e proiettare ombre sulla nostra vita, interiore e relazionale. Affiliati al poliedrico collettivo Young Echo, i tre ne hanno rappresentato il lato più soul sin dagli inizi. Ulteriore riprova è la produzione parallela di Childs nel duo O$VMV$M (insieme a Sam ‘Neek’ Barrett, anche lui membro degli Young Echo), votata ad una malinconia evanescente sotto forma di loop.

Va detto subito: Sweet Company non è un album allegro e solare, né d’altronde questo è ciò che ci si aspetta dai tre. Ma laddove i lavori precedenti erano profondamente tenebrosi e decadenti, Sweet Company ricalibra le coordinate fotoemotive impostandole se non sulla luminosità raggiante, perlomeno su una penombra agrodolce, che lascia filtrare quel tanto di luce che basta per scaldare gli animi ingrigiti dall’avvicinarsi dell’inverno e dall’incertezza pandemica. Potremmo definirlo un elogio della delicatezza e un’ode alla fragilità. In questo mood crepuscolare diffuso, brilla la stella di Jasmine, talento cristallino coadiuvato in tre episodi da altre artiste in ascesa nell’underground di Bristol: la cantante e poetessa afro-britannico-colombiana Daniela Dyson, e la sfuggente Sunun, già autrice di due EP e una manciata di altre apparizioni.

È proprio la compresenza di vocalist di entrambi i sessi a far sì che in Sweet Company convivano sensibilità maschili e femminili, come un pendolo che oscilla da un estremo all’altro nel mostrarci languori, piaceri, desideri, paure e sofferenze delle relazioni evitando il monoprospettivismo. L’album come forma dialogica, quindi, in un’alternanza di maschile e femminile che richiama quella, peraltro simile per vocazione intimista e rarefazione della materia sonora, degli XX. Allo stesso tempo, i brani trainati dalla voce di Jasmine tracciano un ideale ponte con la Devotion di Tirzah, altro gioiello di intimismo (electro)pop a chiudere questo triangolo rigorosamente inglese che ha fatto tanto dei sospiri e del crepuscolarismo agrodolce, quanto del contrasto tra freddezza sintetica e calore emotivo nelle strumentali, la propria cifra stilistica. L’album opera per sottrazione ed essenzialità – specialmente nella seconda parte, ad esempio in Paper Thin e Blood Pink – come ad invitarci a prestare più attenzione alle minuzie del quotidiano da cui siamo circondati e da cui possiamo trarre piccoli ma profondi piaceri. Se il pop e l’r&’b mainstream giocano di addizione e overload sonoro, i bristoliani vanno di sottrazione, fedeli al ‘less is more’ ma trapiantandovi un calore e un’umanità viva e agitata dai sentimenti non contemplati dall’originale slogan modernista.

La voce angelica di Jasmine Butt ci accoglie nell’apripista Water Temple, traghettandoci dolcemente nello spazio mentale (ed emotivo) dell’album, definito ancora meglio dall’alternanza fra il cantato struggente di Rendall e lo spoken word ispano-inglese della Dyson su Slow Down. Lately, già uscito in 7’’ qualche mese fa, vede la collaborazione di Sunun e suona come la versione impolverata e annebbiata del pop romantico ‘80s dei primi Junior Boys. Pretend e Us Alone mettono in atto quella sinergia di maschile e femminile accennata prima, con i call and response Rendall-Butt; ballata malinconica la prima, brano claudicante e immerso in sensuali delay il secondo. La fascinazione di Child per il sampling e il looping di scuola hip hop viene a galla nei beat di Selfish e della title track posta in chiusura, due tracce che spiccano rispettivamente per il cantato angelico della Butt e lo spoken word ieratico della Dyson.

Insomma, fra la spettralità delle voci dilatate dai riverberi e la solennità delle scarne e azzeccatissime strumentali, i Jabu ci portano in un territorio ibrido dove si intersecano attitudini pop e r&b, ricami ambient, spazialità dub, chiaroscuri trip hop; ma soprattutto, un territorio pervaso da un afflato soul – nello stesso modo in cui possiamo considerare soul il romanticismo metropolitano di Burial o la malinconia sintetica di DJ Metatron – che tocca nel profondo per sincerità e visceralità.

Sweet Company sarà senza ombra di dubbio una dolce compagnia per cuori spezzati, animi tormentati e delicati, e per chi, semplicemente, è alla ricerca di musica che scaldi in vista della stagione fredda. Do you have peace? La risposta, dopo aver ascoltato questo album, è “più di prima, senza dubbio. Grazie Jabu.”

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette