Young Echo (UK)

Biografia

Young Echo è un collettivo di producer di stanza a Bristol composto tra gli altri da El Kidel, Vessel, Zhou (ovvero Amos Childs e Alex Rendall / Jabu e Cris Ebdon / Ishan Sound) che ricorda per alcuni versi il Wild Bunch. L’esordio, Nexus, viene pubblicato su Ramp records nel maggio del 2013 e mastica umori e ritmi che attraversano più di un ventennio di suoni urbani della città di Massive Attack (progetto nato appunto dal sopracitato collettivo) Portishead, Mark Stewart e Pinch, tra trip hop, ambient, elettroacustica, techno brumosa, spugnoso dub, blues, etnica di derivazione grime e glitch. Nexus, puntualizza la formazione a FACT, è un anagramma di  “nu sex“. Luca Galli sulle colonne di Blow Up parla di un “flusso di conversazioni sull’umore sonoro di Bristol” e di “Post millennium tension“, parafrasando un famoso album di Tricky.

Di fatto è un album che unisce produttori differenti con altrettanto distinti progetti accomunati da una condivisa sensibilità. Ishan Sound ha un taglio di scura ambient dub anche declinato grime (Namkha), Amos Childs, Alex Rendall, Seb ‘Vessel’ Gainsborough e Sam Kidel, sotto la ragione sociale Killing Sound, esplorano confini tra industrial, dub, techno e ambient su Blackest Ever Black, Childs e Rendall come Jabu, sperimentano una sorta di nu trip hop per ambienti noir e parlato rappato, Vessel, su Tri Angle declina il suono dei KS in un misto goth ambient, dub e techno.

Cinque anni più tardi arriva un omonimo album via Ramp Records che ne ripropone sostanzialmente le coordinate focalizzandosi maggiore sull’aspetto vocale, ovvero su una urban poetry che vede Chester Giles degli Asda, Rider Shafique (Bigger Heads) e soprattutto il duo Jabu in prima linea. Un dipanare di fumosi corridoi (Never) dove l’anima e il cuore nero di Bristol vengono evocati in antiche pratiche giamaicane. Sono musiche che alzando l’asticella del trip (tra loop, drone, ambient, glitch) affondano le mani nel terriccio dell’Hop. Dopo la breve e hauntologica Never che rinfocola la sinistra bellezza dei Portishead, la prima vera traccia è Rocksteady ma ha ben poco a che fare con il genere o lo ska, segue una Sedate Private che è un’altra astrazione cinematica, tutta al ralenti, terreno per un parlato/rappato che striscia e s’insinua, rimugina catartico e volteggia, tutto in slow motion, prima della caduta. C’è spazio per bordoni electro e scarti di risulta industrial (Psychology Of Destrucive Cult Leaders), giapponeserie medievali (Hake), dancehall apocalittica, voci angeliche/soul, sci-fi e retrofuturismi (Dominocro) e altri disimpegni dove il fumo si fa ancor più fitto e dove è anche più chiaro che ci troviamo all’interno del medesimo condominio, proprio come in quel videoclip dei Massive Attack con la differenza che qualcuno ha spento la luce all’ingresso.

Young Echo per quest’album coinvolge 11 musicisti per 24 stanze della memoria per quasi un ora e con neppure un pezzo a toccare i quattro minuti di durata per quello che sembra l’ideale bacino underground dal quale gente come Dean Blunt, Gaika e Ghostpoet ha preso e prenderà ispirazione.

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