Recensioni

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I Jaguwar sono un trio berlinese composto da Lemmy Fischer, Oyèmi Noize e Chris Krenkel che dopo due EP per la Prospect (e svariati live a supporto di band come We Were Promised Jetpacks, Japandroids e Megaphonic Thrift) ha raccolto i favori della più nota Tapete Records per sfornare un primo album lungo, Ringthing. Anticipato dal singolo Crystal – dai richiami fin troppo spudorati ai Cure – il disco si presenta come un mix di shoegaze, noise rock e indie-pop sapientemente gestito ma allo stesso tempo tremendamente confuso. Lunatic lo introduce come se stessimo assistendo a una puntata di Skins mentre in seguito brani come Gone e Night Out, dagli aloni vagamente new wave innaffiati di pop, rappresentano le piccole pause che i tre si concedendo prima di immergersi e farsi sommergere dalla valanga del noise, cifra stilistica apposta sul resto del disco, a volte con un senso compiuto (Slow and Tiny), a volte un po’ a casaccio (Week). Lungo la tracklist le voci di Oyèmi e Lemmy si alternano e inseguono rimandando a una formula già adottata dai Young Heretics qualche anno fa: peccato che il pathos che era l’elemento caratterizzante della discografia del duo australiano non lo si ritrovi anche da queste parti. Anzi, per favore, qualcuno avvisi Lemmy che optare per la voce da uomo in procinto di morire à la Robert Smith è una scelta parecchio telefonata.

Che i Jaguwar abbiano passato anni ad ascoltare band come My Bloody Valentine o anche gli Slowdive non vi è alcun dubbio, ma non bastano onde energetiche di riverbero e delay per offrire una buona proposta shoegaze. Ringthing è infatti un disco con molte influenze ma poca sostanza, in cui il potenziale della band viene seppellito dalla voglia di strafare in barba alla sempreverde regola del less is more.

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