Recensioni

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Il compositore originario di Seattle Jake Muir s’ispira ai grandi dell’ambient (da Eno a Biosphere, passando per il Nobuo Uematsu meno teatrale) e ai consueti tropi del genere (rilassamento, spazio, flusso di coscienza), trasformando la sua passione per found sound e field recording in un processo compositivo improntato alla dissimulazione. Il suo disco di debutto a nome Monadh per Further Records Muara (2016) pescava liberamente da un catalogo di library music d’impronta pastorale. Eppure ogni possibile tentativo di decontestualizzare i materiali di partenza o dare ai brani un’impronta narrativa veniva eliminato a favore di tonalità evanescenti e imprendibili texture sospese nel vuoto, ottenute mediante processi di sintesi granulare.

Lady’s Mantle, uscito per l’etichetta di Manchester Sferic nel 2018 a seguito del suo trasferimento a Los Angeles, portava queste intuizioni all’estremo, proponendosi come una sorta di ‘novelty‘ album ambient in cui i sample dei brani di una band surf rock da lui adorata (ma il cui nome non ha mai rivelato) venivano utilizzati come materiale grezzo per idillici momenti di abbandono tra le acque dell’oceano. Fatta eccezione per qualche lacerto vocale tanto distante quanto impercettibile (High Tide, Green Eyes), del surf rock di partenza non rimaneva nulla, i sample distorti o processati al punto da risultare, più che irriconoscibili, sostanzialmente neutri nella loro funzione di collante.

The hum of your veiled voice, il suo ritorno su Sferic a distanza di due anni, ingentilisce l’approccio ai suoi materiali di partenza, lasciando che sample e field recording vengano percepiti come parte integrale della storia. Complice il suo spostamento da Los Angeles a Berlino, gli otto episodi del disco spostano microfoni e obiettivi dalle onde del Pacifico alle strade della metropoli, trasformando l’ambient di Muir in una sorta di voyeuristico documentario in cui i field recording sembrano funzionare al contempo a mo’ di close-up. In On Occasions Of This Kind Muir crea un accattivante contrasto tra scampanellii e sintetizzatori new age, sullo sfondo, e l’inconfondibile rumore dei tacchi su un asfalto bagnato, la passeggiata notturna di un personaggio che siamo invitati a seguire da vicino fino al rientro a casa (in due momenti, sembra di sentire persino il rumore di qualcuno che tira su con il naso).

Atmosfere sci-fi dal potenziale massimalista à la Roly Porter, come in Melting like the stars, in The dimness of the sealed eye e nella schiacciante Red as the print of a kiss, vengono smorzate da graffianti bassi in stile dub e accostate a una serie di microscopiche, ambigue vignette fatte di crepitii, calpestii, sferragliamenti e fugaci conversazioni. Pur lontano dal dipingere un quadro completo delle proprie suggestioni berlinesi, in The Hum of your veiled voice Muir, più che dissimulare, per la prima volta sembra voler rivelare le proprie preoccupazioni e fonti d’ispirazione, concependo evocative atmosfere ambient in cui estasi e distensione finiscono per compenetrarsi a squallore e alienazione.

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