• Giu
    05
    2020

Album

Subtext Recordings

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A quattro anni da Third Law, uscito per l’ormai defunta (e già compianta) etichetta Tri Angle, il produttore di Bristol Roly Porter torna con un nuovo, scenografico capitolo nella sua saga d’impronta sci-fi per Subtext Recording, label al suo fianco dai tempi del duo Vex’d. Kistvaen, frutto di una collaborazione con l’artista A/V Marcel Weber (in arte MFO) portata in scena lo scorso anno a Berlin Atonal e Unsound, tra gli altri festival, prende il titolo dalle tombe granitiche del tardo Neolitico che punteggiano la brughiera di Dartmoor nel Sud di Devon, Inghilterra. I corpi dei defunti, congetturano gli archeologi, venivano incastrati in posizione fetale all’interno di questi sepolcri di forma cubica, in modo da fronteggiare il sole.

Oltre ad aver accumulato materiale audio-visivo (field recordings dell’area, nel caso di Porter, immagini della riserva di Dartmoor e della foresta di Białowieża, nel caso di Weber) e riscoperto strada facendo un gusto, per così dire, “folk horror” nella composizione, nei kistvaen di Devon i due artisti hanno anche trovato uno snodo “teorico” che ben si riconnette alle fissazioni fantascientifiche di Porter, tratto distintivo del suo lavoro da Aftertime (2011) a Third Law (2016), passando per l’eccellente suite interstellare Life Cycle of A Massive Star (2013): la tomba come «gate in time», una sorta di portale tra presente e futuro. Al consueto, corrosivo sound design a metà strada tra esplosioni industrial e austere derive classiche, Porter per la prima volta aggiunge riferimenti alla musica folk e sacra, nel tentativo di musicare un lungo rituale funerario senza tempo in cui, dice, è possibile identificare paralleli tra i rituali pagani dell’era delle kistvaen e i rituali emotivi e sociali dell’era digitale.

Il concept, se di concept si può parlare, una volta astratto dalle proiezioni di Weber, in cui agli scenari primordiali di Dartmoor vengono contrapposti distopiche visioni postdigitali, per quanto suggestivo, risulta sufficientemente vago da accomodare interpretazioni alternative. In questi 50 torridi minuti a cavallo tra macabre discese sotterranee e i microscopici suoni di una natura avvolgente, catturata a suon di field recordings tra fruscii e rimbombi nel vuoto, al sottoscritto Kistvaen si presenta come assieme l’album più oscuro, finanche gotico di Porter, e assieme il più umano, come se l’artista vedesse nel rituale funerario un punto di ripartenza, un positivo atto di “worldbuilding”.

Porter si conferma maestro della suspense, i movimenti tettonici di rumore, mitraglianti sub-bass e mastodontici synth (Burial, Inflation Field) tipicamente contrapposti a placide distese dark ambient, pesanti droning e lunghe, drammatiche pause in cui è facile perdersi in attesa del prossimo spostamento interplanetario. Eppure nei momenti più memorabili di Kistvaen, grazie anche ai contributi vocali di Phil Owen, Mary-Anne Roberts del duo gallese Bragod e di Ellen Southern del gruppo ethereal/wave Dead Chamber Music (gli incontenibili rantoli funebri di Assembly, i vaporosi, imponderabili cori che sostengono l’eccellente sinfonia synth An Open Door) compaiono un impianto narrativo e una componente teatrale più marcati che in passato, elementi spesso impiegati a favore di atmosfere edificanti, volte a trasmettere un generale senso di rinascita. È senza dubbio il caso della title-track, in cui tra pointillistiche frenate industrial, carezzevoli archi e melodiche fughe alle tastiere, Porter dipinge un risveglio crepuscolare di rara bellezza. Nei quasi quindici minuti della monumentale Passage, invece, senza dubbio una delle sue composizioni più ambiziose di sempre, Porter riesce a rappresentare e sposare senza soluzione di continuità praticamente tutte le sue ispirazioni musicali dell’ultimo decennio (musica elettroacustica, classica, metal, sacra, dark ambient), incluso un irresistibile, arpeggiante beat (attorno ai 5 minuti) che sembra ritrovare persino nel buon vecchio club una possibile via d’uscita.

9 Giugno 2020
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