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Lo si capiva già dal teaser condiviso per lo streaming prima della sua pubblicazione che il nuovo album di James Ferraro lo avrebbe portato dalle parti del suo discusso e paradigmatico Far Virtual Side, album sul quale non è necessario tornare in questa sede se non ricordando che senza di esso né la vaporwave né gli iperrealisti contemporanei avrebbero avuto un momento catalizzante – e dunque senza quel disco non avremmo avuto probabilmente il propulsore estetico/ideologico di questi nostri anni Dieci, display/internet/social/interface e non ultimo corporate (inter)dipendenti.

Si diceva in precedenza che con SKIDROW e NYC, HELL 3:00 AM l’artista concettuale aveva scelto case studies georeferenziati optando per umori e tensioni sottopelle di due delle metropoli più paradigmatiche degli Stati Uniti, ovvero Los Angeles e New York, e che prima c’era stata una parentesi tra hip hop ed elettronica (vedi Sushi e il progetto Bodyguard), ma qui già dalla copertina si capiva che era alla musica liquida di quel lavoro il paragone da fare per primo. Il ritorno di Ferraro al suo lavoro più popolare non è avvenuto senza cambiamenti, anzi si è portato appresso un approccio più tradizionale, svelato, e non ultimo il suo sguardo si è fatto apertamente politico fin dalla scelta dei titoli dei brani. Anche da queste parti si ascolta musica scintillante, asettica, post-umana, ricca di speakeraggi riguardo a slogan pubblicitari e diktat digital marketing, ma non è più il concept a parlare e a far discutere bensì è la musica, con i suoi linguaggi otto/novecenteschi, ad essere presentata senza troppi giri di parole – di note sì, di parole molto meno.

Ispirandosi tanto alle beffarde revisioni Hanna-Barbera di John Zorn, quanto alla musica per synclavier di Frank Zappa, al minimalismo di Philip Glass, e quanto alla classica contemporanea che si rifà al barocco, James Ferraro si sforza di comporre musica per l’oggi. Non è più muzak quella che ascoltiamo, ma un continuo shapeshifting tra opera, operetta, poema musicale, musica per balletto, suite minimalista, canto modale, ecc., poco importa se suonata da intelligenze artificiali che ormai sono meglio di noi. Anche i recitati infilati nel mix a mo’ di spoken word (voce maschile e femminile rigorosamente familiare ma non umana) sembrano comunicazioni tra un direttore d’orchestra e il suo ensemble, come è indubbio che il coro bianchissimo da una parte (che ricorda quello usato da Tim Hecker in Love Streams) e la varietà degli strumenti messi in campo dall’altra (contrabbasso, violoncello, xilofoni, marimba e altri suoni d’aria) portano dritti alle musiche tastierate/campionate per synclavier di Zappa.

Detto in altre parole, Ferraro s’è messo a fare il direttore di un’orchestra e ci scherza su semiserio, e il suo sguardo politico s’è fatto più apertamente tale. Certo, potremmo far rientrare anche questo disco all’interno delle teorie della object-oriented ontology (OOO), ma è chiaro che più che post-strutturalismo, realismo speculativo e correlazionismi vari, l’intento qui è comporre un’opera musicale punto e basta, dove più che l’utopia dipinta a pantoni Photoshop del Far Virtual Side, sia il suonato e l’arrangiato ad emergere. Con distacco solo apparente, Ferraro si è fatto articolato, complesso, cervellotico nella sua ricerca zen, e il tutto per ricercare una coralità/società/specie umana che sembra alla base di questa «storia umana parte terza», uno sguardo sotto sotto partecipato, ambizioso, che in sostanza contraddice quanto postulato dalla vaporwave.

A lato diciamo anche che la sensazione è che Ferraro abbia voluto riprendersi tutto ciò che Pc Music ha sputtanato fino all’ultima goccia, portandolo su un piano di adulta eccentricità (Individualism) o altrettanto anhemica serialità (Market Collapse), ma Human Story 3, proprio come i dischi per synclavier di Zappa, è uno di quegli album da prendere o lasciare, e pertanto si porta appresso gli stessi pregi e difetti di quei lavori degli 80s: c’è del tecnicismo fine a se stesso, ma anche un non so che di voyeristico incanto, di doppiosenso, di ironia sottopelle. Ed è questo che lo promuove alla fine di questa vetrosa fiera di calorose freddezze e human ADS.

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