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7.7

Più passa il tempo, più Ferraro diventa un’artista 0/1: o lo ami o lo odi. Per parlare del postmoderno musicale, è difficile togliersi di dosso le caratterizzazioni politiche “di destra” o “di sinistra”. A maggior ragione se si cerca di dire qualcosa di interessante, utilizzando i suoni. Stabilizzarsi su un pop mainstream assicura una vita tranquilla, se lo sai fare bene puoi avere addirittura un discreto successo. L’ex skater prende la strada opposta, ma non per questo manca di alte probabilità di endorsement.

Il suo lavoro già da tempo indaga la nostra condizione precaria, liquida, 2.0. Con Far Side Virtual l’aveva presa sul decostruzionismo e sul pop anni Ottanta, con Sushi aveva ripiegato sull’hip hop, con il mixtape Cold di quest’anno aveva utilizzato l’autotune e si era avvicinato al nu-soul à la The Weeknd. In questo nuovo disco mescola ancora di più le carte, indagando tra le altre cose il blues, l’R&B, qualche oscurità electro e pure il field recording.

Il pretesto/contesto della nuova indagine sonora è la città di New York, che viene definita un inferno. I gironi sono popolati da robot che recitano slogan d’effetto. Una breve lista comprende le voci: “Tom Cruise”, “MTV”, “Money” e “American violence” (le ultime due come introduzione e chiusura del disco). Ma non c’è solo l’esplicito riferimento a parole che ci condizionano e che cambiano il presente/futuro. L’altro tool è la memoria dell’11 settembre. Le suggestioni di quella che è stata la vera fine millennio vengono riproposte tramite field recordings di strada e sirene della polizia ripitchati e incollati a dovere (Stuck 1, 2 e 3, bloccato, appunto). Il quadro si amplia con un ritorno al nu-soul di Blake (Cheek Bones, Irreplaceable), qualche passaggio arty-ambient (Vanity), auto-tuning di classe black (Fake Pain, Close Ups), l’hip-hop mixato con la classica (City Smells), il soul di Sade (Upper East Side Pussy) e dei loop field che ricordano la storia della musica elettronica (in particolare i Cinq études de bruits di Pierre Schaeffer in QR JR.).

Un disco che ti fa pensare e che sembra cerebrale perché organizzato come un concept, ma invece è la creazione più intima che l’artista abbia finora proposto. Se volevate un James Ferraro solare e scherzoso, scordatevelo. Qui siamo più in sintonia con la narrativa fatta di tranquillanti e ansiolitici di Tao Lin e Bret Easton Ellis, le visioni senza domani di Sofia Coppola, il tutto mescolato con una sorta di dadaismo metropolitano che non guasta. Ferraro quando si mette a fare le cose sul serio risulta cupo, black, ma credibile. NYC Hell è il suo (e nostro) incubo più riuscito. Uno degli album che racconta meglio la crisi, la mancanza di speranze e la decadenza dell’impero americano, personificato dalla grande mela. Senza sbandierare slogan o facili ritornelli: un gran bel ritorno.

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