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C’è un momento preciso in Logan, a circa una quindicina di minuti dall’incipit, quando il protagonista ha già avuto la sua prima scena madre e lo vediamo dirigersi mestamente verso quel luogo che andrà a costituire il primo atto della narrazione. In quel momento lo spettatore giungerà alla conclusione di aver visto, solamente nel primo quarto d’ora di girato, qualcosa di infinitamente migliore di tutti i trailer che erano serviti a sponsorizzarne l’uscita in sala. Non capita che raramente. James Mangold, al suo secondo tentativo con il personaggio di James Howlett alias Wolverine, sceglie una strada diametralmente opposta alla pellicola precedente (il mediocre The Wolverine – L’immortale): abbandonare del tutto l’ambientazione fumettistica, ormai ridotta al solito baraccone pieno di effetti rocamboleschi e virtuosistici, e lasciarne solo una scarna cornice per i propri esclusivi fini drammaturgici. Ispirato dal successo al botteghino di Deadpool, che combinava un budget ridotto e il vituperato Rated-R per un cinecomic tradizionale, Logan è un caso più unico che raro. Primo, perché in questo processo produttivo troviamo uno dei personaggi più celebri dell’universo fumettistico e cinematografico (pensate se Zack Snyder avesse realizzato un film su Batman senza sforare i 100 milioni di dollari di budget); secondo, perché quello che lo spettatore si ritroverà di fronte una volta accomodatosi sulla poltrona della sala non sarà un cinecomic tradizionale. Già a partire dal titolo (dove per la prima volta non troviamo alcun riferimento né alla sigla X-Men né al nome in codice Wolverine) le intenzioni di Mangold sono evidenti: il suo è un film che gioca a più riprese con l’old school cinema e che saltuariamente prende in prestito la logica del fumetto. Il gusto per l’intrattenimento si sposa così con quello tutto cinefilo fatto di rimandi, citazioni più o meno evidenti, per non parlare della classica struttura in tre atti ben disposta per tutti i 135 (ritmatissimi) minuti della durata.

Un po’ come accadeva per Unbreakable, non è un film-fumetto ma un film sul fumetto, che dimostra quanto la lucidità di un regista, che sia pienamente conscio della macchina produttiva cinematografica, possa elevare una materia statisticamente inferiore ad una forma d’arte rispettabile. Per un momento accantoniamo l’esempio del film di M. Night Shyamalan per prenderne un altro, forse più affine in quanto a logiche narrative messe in campo: Il cavaliere oscuro. Se possibile, pur non possedendo lo stesso talento registico/tecnico di un Christopher Nolan (oggettivamente superiore), il Logan di Mangold si spinge ancora più in là in un discorso sovrapponibile a quello intavolato dal film del 2008: l’applicazione di un universo fumettistico alla “realtà” oggettivamente accettata di un film per il cinema. Con buona pace di quei fan che avrebbero voluto vedere il mitico Wolverine finalmente nel suo iconico costume giallo, Mangold ribadisce (a ragione) quanto questa prospettiva appaia ridicola e forzata se contestualizzata in un universo realmente credibile (tanto che mette le stesse parole in bocca proprio al protagonista). Ecco perché, sposando in toto il punto di vista di David Cronenberg (secondo il quale il cinecomic tradizionale potrà aspirare sì a diventare un buon prodotto, ma mai arte elevata), anche nel contesto credibile della trilogia di Nolan, Batman rimane pur sempre «un uomo che va in giro vestito da pipistrello». In tutto il Logan di Mangold non vedremo mai un uomo in calzamaglia, anzi il film è pervaso da una sorta di sarcasmo verso quel mondo fittizio e ne evidenzia esso stesso la sua dimensione non-credibile. Infischiandosene della storyline principale che lo slega così dall’universo cinematografico della Fox, il Wolverine di questo terzo lungometraggio dedicato al personaggio potrebbe aver sempre combattuto le forze del male, pure con gli altri membri del team, ma potrebbero non essersi mai chiamati X-Men (forse un’invenzione degli editori dei fumetti) e non aver mai indossato calzamaglie attillate (si fa solo riferimento alla Scuola per Giovani Dotati di Charles Xavier).

All’interno del contesto finora descritto, la pellicola riesce anche a inserire una riflessione non banale sulla tolleranza verso i diversi, gli emarginati, i reietti, da sempre motore principale e vero fulcro di tutta la saga dedicata ai mutanti. Viene recuperata quell’aderenza all’attualità che aveva reso tridimensionale il successo del capostipite di Bryan Singer: se quello dei primi anni Duemila era una metafora molto sottile sulla dimensione storica dell’omosessualità (con il suo parallelismo molto più solenne con la shoah), nei film successivi, e in quest’ultimo ancora di più, è diventata un inno contro ogni forma di repressione sociale che abbraccia ogni cittadino di ogni nazionalità. Impossibile, poi, non rimanere affascinati da un apparato visivo e narrativo che strizza l’occhio a tanti generi cinematografici, condensati in un mix ben riuscito e dotato di un equilibrio interno riguardevole. Si passa da un incipit noir in cui il nostro oscuro protagonista viene ridestato dopo anni passati nell’ombra; l’innesco della trama principale sposta il baricentro verso un road movie che flirta a più riprese con il western crepuscolare (esplicitamente citato), per non dimenticare qualche piccolo inserto da buddy comedy (l’ironia del personaggio, anche se grezzo, rude e vissuto, non è mai messa in discussione). In una scena in cui si fondono perfettamente sentimentalismo e malinconia sentiamo il monologo dello Shane di Alan Ladd ne Il cavaliere della valle solitaria, vera sintesi di tutto il film: «There’s no living with… with a killing. There’s no going back from one. Right or wrong, it’s a brand. A brand sticks. There’s no going back».

Il volto arso dal sole, che ricorda molto il Clint Eastwood de Il buono, il brutto, il cattivo, è la vera cifra stilistica di uno Hugh Jackman pronto a consegnare le redini del personaggio ai posteri. Mai come in quest’ultimo film lo avevamo visto così dentro alla parte, così credibile nei suoi movimenti, nelle sue smorfie di dolore, segno di una credenza e aderenza totale al progetto. Mai ci saremmo aspettati in un film del genere una delle sue migliori performance in carriera, un biglietto d’addio perfetto per i fan, un commiato che non pretende l’applauso (dovuto) degli addetti ai lavori.

13 marzo 2017
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