Recensioni

Sei album da solista pubblicati ai margini dell’hype discografico, per Jane Weaver, se si eccettuano i buoni riscontri ottenuti dal The Silver Globe uscito nel 2014. Eppure la musicista natia di Liverpool – già attiva in band come Kill Laura e Misty Dixon – è un talento da non sottovalutare, a giudicare anche da questo Modern Kosmology. Un disco in cui la “k” del titolo non è casuale, viste anche le palesi influenze krautrock in brani come H>A>K, e dove una sostituzione ortografica voluta presagisce un discorso musicale affascinante e trasversale.
È un po’ come se i Broadcast avessero inciso Neu! assieme ai Beach House, chiedendo consigli a Nancy Elizabeth o a una Cate Le Bon meno obliqua ma ugualmente raffinata nelle geometrie (Loops In The Secret Society). Tanto per dire che Weaver ha una mente lucida e scattante quando si tratta di intersecare linguaggi e timbri, scende nello specifico dei dettagli sonori e non si accontenta di fare solo della scenografia per palati poco esigenti. Tanto che in brani come la title track, nonostante gli umori evidentemente psichedelici, si nasconde un doppiofondo folk che sembra mutuato dai Fairport Convention, mentre la quadratura ritmica ossessiva e stratificata dai sintetizzatori di Did You See Butterflies? ricorda certe cadenze taglienti dei migliori Can. Modern Kosmology, tuttavia, è anche altro: un synth-pop banale solo in apparenza (Slow Motion, ma anche The Lightning Back), strutture modulari esaltanti e in crescendo in bilico tra Giorgio Moroder, Vangelis e i Moloko (The Architect), lentezze ossessive baciate da certi Velvet Underground versante John Cale (con l’ex Can, Malcolm Mooney, ospite nel brano), escursioni evocative in chiave sintetica verso l’ultima PJ Harvey (I Wish).
Approccio analogico ai sintetizzatori e un’idea di suono più minimale, cinica e coesa rispetto al passato, fanno di questo disco non solo un episodio riuscito, ma anche un ottimo esempio di come si possa suonare efficaci e creativi senza troppi giochi di parole. Si coglie una grande razionalità nelle strutture musicali, ma anche un’indole ambivalente che si realizza grazie a un songwriting tutto sommato tradizionale. Uno yin e uno yang sostanziali e per nulla ammiccanti, pronti per le vostre playlist di metà anno.
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