Recensioni

7.1

Inquadrare questa nuova zampata – arrivata un po’ a sorpresa – di Jay-Z potrebbe a prima vista sembrare sin troppo facile. Ci sono i numeri – 47 gli anni di Carter, 21 quelli trascorsi dal suo primo album e 13 (con questo) i dischi pubblicati in carriera – e ci sono due chiavi di lettura che sembrano essere le più diffuse: molti parlano di un capolavoro senza tempo, vedi Pitchfork che (stavolta un po’ a sorpresa) gli affibbia la tag di best new music, altri di un lavoro medio(cre) dove i soliti limiti di Jay-Z si riconfermano per l’ennesima volta. La verità, molto proverbialmente, sta un po’ nel mezzo.

Che 4:44 sia il miglior lavoro di HOV da un bel po’ di anni a questa parte è abbastanza fuori da ogni dubbio, e qui possiamo capire i facili entusiasmi di molti. Da parecchio tempo imprenditore ben prima che rapper, Carter ultimamente ha vissuto la musica in maniera un po’ accessoria, e si è sentito. TIDAL, abbigliamento, famiglia, Brooklyn Nets e cronache scandalistiche varie: tanti erano i punti nella scaletta delle priorità che precedevano il fare (nuovamente) del buon hip hop. Qui invece, vuoi per l’urgenza di fare pubblica ammenda dopo le storie di infedeltà coniugale, vuoi per la necessità di fare il paio con la limonata della consorte, l’ispirazione c’è e la si avverte chiaramente.

Ci sono intelligenti prese di distanza dal personaggio in Kill Jay Z, condite da qualche frecciata non troppo mascherata all’ormai ex-fratello Kanye; c’è la prevedibile lettera di scuse a Beyoncé, strappalacrime ma non troppo stucchevole, nella title track; in Family Feud c’è anche un’interessante riflessione sull’apparentemente insanabile frattura tra old e new school, dove la posizione di Carter è non troppo sorprendentemente ecumenica: per cui, oltre a qualche frecciata ai newcomerz, da buon paciere ricorda a tutti che prima che Young Thug facesse il travestito anche Tupac aveva il brillante al naso. Nostalgici lookback alle proprie origini (Marcy Me), riflessioni razziali sulla blackness contemporanea (Moonlight) e sulle questioni di genere (Smile) e dialoghi a distanza con la sua famiglia (Legacy): c’è un po’ di tutto, compresa qualche evitabile auto-marchettata di troppo a TIDAL. La scrittura – come sempre con Jay Z – non ti fa mai strappare i capelli ma è onesta, insomma ci siamo: qualche riflessione è acuta e calzante, qualcun altra abbastanza scontata. Nel complesso parliamo di un disco che nel 2017 non aggiunge molto, ma funziona bene.

A livello produttivo emergono probabilmente le questioni più interessanti: volutamente a debita distanza da qualsiasi ammiccamento anche solo vagamente trendaiolo, Carter confeziona un album che profuma di classico già dalla minimale copertina. Nel primo lavoro interamente prodotto da un’unica persona (No I.D., ovvero il tizio che – per dirne una – aveva prodotto Heartless di Kanye) i campionamenti vanno da Nina Simone a Stevie Wonder, con un florilegio di piano e beat vecchia maniera. Può esaltare oppure no; a noi la scelta è piaciuta, perché nella sua classicità forse un poco furbetta l’album ha una sua precisa identità: prova a posizionarsi come un lavoro fuori dal tempo e delle mode, e ci riesce convincendo. Non sarà un masterpiece che rimarrà ad eternum per i posteri, ma è un disco che suona bene e un paio di sorrisi te li strappa. E Caught Their Eyes, con feat. di Frank Ocean, non si può che amarla. Buono e convincente, niente di più e niente di meno.

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