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7.4

Mentre leggevo, mi è capitato spesso di chiedermi: perché mi sta piacendo? Perché mi sta piacendo così tanto? La risposta è arrivata guardando il notiziario in TV. Stava passando un servizio dedicato a Michael Stipe e al suo libro fotografico, quando un dettaglio mi ha incuriosito: i primi piani coglievano l’espressione vagamente infastidita del vocalist statunitense di fronte al plotone mediatico in attesa della crepa da cui uscissero – presumo – bagliori remmiani. Ok, potrebbe essere stata solo una mia sensazione, ma, ecco, il disagio posato sul volto di Stipe somigliava a una fottuta ragnatela che aggiungeva al suo volto una specie di seconda espressione, ineffabilmente malevola. A quel punto è scattato il flash rivelatore: impossibile non ripensare all’aneddoto del breve incontro tra Jeff Tweedy e Michael Stipe raccontato in questo Let’s Go (So We Can Get Back), nel quale dell’ex-frontman dei R.E.M. viene tratteggiato un profilo tra lo sfuggente e il gelido. In questo caso, come del resto altrove, il buon Tweedy non ha il  minimo ritegno a calare sul tavolo anche le sentenze più scomode, come se la sua stessa fragilità fosse diventata negli anni una corazza. Sa essere duro, Tweedy, nella misura in cui è vulnerabile, debole, fallace. Sa essere spietato perché lo è prima di tutto con se stesso. E questo ha molto a che vedere con i motivi per cui negli anni ho amato Uncle Tupelo e Wilco. Volendo esagerare – ma neanche troppo – si tratta di uno dei motivi per cui amo il rock in generale. 

Tornando a questo libro e al suo strano rapporto con il volume fotografico di Stipe, mi pare significativo che quest’ultimo – di cui conosco solo qualche estratto – si intitoli Our Interference Times: A Visual Record, suggerendo quindi una natura musicale quale sostrato dell’attività fotografica. Allo stesso modo, Let’s Go (So We Can Get Back) è più o meno come avrei potuto immaginare un disco dei Wilco (o degli Uncle Tupelo, o del Tweedy solista) in forma di autobiografia: quel procedere dal particolare – illuminandolo con una consapevolezza vibrante e smarrita – a un quadro generale assieme denso e volatile, uno scenario scontornato per approssimazioni successive (con ampio ricorso a balzi e rimbalzi temporali), come se la vita significasse tirare avanti accecati dalle incandescenze così diverse e intimamente simili di dolore e gioia, fortuna e sventura, bene e male. Lascio al lettore il gusto di scoprire in che modo la musica è entrata nella vita dell’autore, divenendo per lui una vera e propria ancora di salvezza, una ferita e la sua cicatrice, un varco per manifestarsi ed esistere in mezzo agli altri, territorio da esplorare e tavolozza di colori spremuti dai frutti malati dell’inadeguatezza.

È spietato, Tweedy, col senso della (sua) musica per se stesso: proprio questo rende viva la lettura, innaffiata da un costante ricorso all’autoironia cui fa da contraltare un sarcasmo acre, proprio come il senso di sofferenza (e crollo imminente) viene diluito grazie a espedienti narrativi tanto curiosi quanto efficaci (tipo il dialogo metaletterario con moglie e figli riguardo all’opportunità di inserire parti troppo “delicate” nel testo). Rispetto al controverso rapporto con i due Jay (Farrar e Bennett), assistiamo a una vera e propria “versione di Jeff”, da prendere con tutte le molle del caso, ma in un certo senso resa credibile proprio dalla disponibilità a esporsi dell’autore (che in un paio di passaggi non esita a definirsi un “tossico” per i noti problemi legati alla dipendenza da antidolorifici e antidepressivi), a non tirarsi indietro quando c’è da cospargersi il capo di cenere (anche se affiora ogni tanto un retrogusto vittimista/complottista abbastanza marcato).

Molto bella e niente affatto svenevole la descrizione della quadratura sentimentale con moglie e figli, anche se alla resa dei conti la nota dominante (e dolente) di tutto il libro è quella del rapporto coi genitori, strutturato su una semi-anaffettività al limite della patologia, prodotto di un contesto sociale che in altri tempi avremmo definito alienante (cogliendo molto probabilmente nel segno). Il titolo – “andiamo, così poi torniamo” – acquista senso proprio nel tracciare un bilancio umano che affonda le radici in un’infanzia se non infelice, però abbastanza malandata, i cui effetti continuano a irradiarsi nel Jeff Tweedy cinquantenne che annaspa in cerca di equilibrio, di maturità, della sufficiente fiducia in se stesso da consentirgli un liberatorio:  “andiamo e basta”. Esattamente quello che puoi percepire in ogni singola nota delle sue canzoni.

Alla luce di questo fondamentale carotaggio nel cuore della poetica Tweedy/Wilco, le pagine finali dedicate agli incontri più o meno estemporanei con Johnny Cash e Bob Dylan, nonché la collaborazione con la grande Mavis Staples, recitano la funzione del cioccolatino a fine pasto: non essenziali, ma assai gradite.   

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