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6.9

Jenny Lee Lindberg, bassista delle Warpaint, si mette a nudo. Abituata a trovarsi in seconda fila, per così dire, a suonare il basso e ad usare la propria voce al massimo per accompagnare Emily Kokal con cori velati, si confronta ora con un progetto solista di grande spessore. Right on! è la sua opportunità di smascherarsi, di dare spazio alla propria intimità e interiorità. Jennylee – questo il moniker ufficiale – trasla la propria funzione di musicista nella categoria più ampia e complessa di cantante e produttrice di un intero album. Niente di facile in questo passaggio spesso carico di aspettative e di responsabilità, senza un gruppo con cui condividere gioie e delusioni. E non lasciamoci ingannare dalla presenza della compagna di band Stella Mozgawa alla batteria – che tra l’altro, nell’ultimo periodo, abbiamo visto collaborare con Kurt Vile nell’album believe i’m going down, come lui stesso ci ha raccontato in un’intervista – o della chitarra di Dan Elkan (dei Them Hills) o della co-produzione di Norm Block. Il lavoro della Lindberg ne esce in ogni caso personalissimo, intenso e confidenziale. Solitario.

Come altri musicisti che intraprendono progetti di questo tipo – Chris Baio dei Vampire Weekend o Martin Courtney, giusto per accennare a qualche bassista –  la difficoltà sta nel riuscire a distinguersi dalla band con cui di solito ci si accompagna, soprattutto se è largamente nota al pubblico e ha precise caratteristiche stilistiche. Jennylee riesce a distaccarsi, anche se non totalmente, dalle Warpaint: mantiene il vecchio sostrato musicale shoegaze e dreamy ma lo infarcisce di gothic rock alla Bauhaus e di dark wave. Della voce, invece, fa il suo tratto distintivo. In un’intervista a DIY mag , la Nostra ha dichiarato di non aver mai amato la sua voce roca, e spesso di aver cercato di emulare altre cantanti, anziché trovare (o meglio accettare) il suo timbro personale, nasale e cupo. Il disco, dice «ha preso forma proprio quando ho iniziato ad apprezzare la mia voce». Non manca però il basso, elemento che fin dal principio risalta come costitutivo di tutto l’album, lampante fin dalla prima traccia Blind costruita su voce, basso e accenni di chitarra, in perfetto stile gothic rock. Non manca nemmeno un atteggiamento grunge, specialmente nel modo di cantare (timido e schivo), e la citazione di Something in the Way dei Nirvana in Offerings non è, evidentemente, casuale.

È un disco che varia al suo interno, il qui presente, che possiede due anime contrapposte: quella rilassata e confortante, e quella angosciante e tetra – l’inizio di Bully ne è un esempio. Nonostante questo, monocromatiche ripetizioni ritmiche di chitarra e basso spingono i brani in un loop melodico, come in ‘80ies boom boom. Anche la voce alterna queste due istanze, evidenti in Riot e He Fresh, la prima inquietante, arrabbiata, la seconda soffice e dolce. Così come in Long Lonely Winter e White Devil la Lindberg riesce ad essere sensuale, ipnotica e magnetica. Le dissonanze sono il fulcro di questo dualismo, esprimono un ossimorico calmo mistero.

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