Autoanalisi e urgenza. Intervista a Kurt Vile

Il 25 settembre 2015 uscirà il sesto LP in studio di Kurt Vile intitolato b’lieve i’m goin down, il seguito del disco-capolavoro Wakin on a Pretty Daze che nel 2013 segnò una svolta “qualitativa” nella carriera del cantautore americano. Nonostante in questi sette anni Vile si sia dedicato alla propria attività solista, ha sempre curato parallelamente il lavoro con i War On Drugs, band nata dall’incontro con Adam Granduciel nel 2005 – l’ultimo disco pubblicato dalla formazione, Lost In The Dream, è del 2014, e il nostro Marco Boscolo ne ha parlato in termini positivi nella sua recensione. Non è da escludere che le due attività si compenetrino e forse influenzino, considerato che lo stesso Adam Granduciel suona attualmente anche nei The Violators, backing band di Vile durante il tour.

La recensione di SA di blieve i’m goin down, a cura di Riccardo Zagaglia, traccia un profilo completo di Vile, come uomo e come artista, soffermandosi ovviamente sulla nuova avventura discografica solista. Ad anticipare l’uscita del disco, il video di Pretty Pimpin, singolo apripista definito da Zagaglia come «[…] il brano più squisitamente/stupidamente pop (e per certi versi nonsense) mai registrato da Vile, ma anche un episodio a sé stante all’interno di un disco in cui fondamentalmente ritroviamo l’autore di Wakin on a Pretty Day, alle prese con la formula che lo ha trasformato in uno dei più importanti songwriters della sua generazione.»

In occasione del secret show organizzato a Milano – presso Santeria – per la presentazione del disco, abbiamo avuto l’occasione di fare quattro chiacchiere con Vile. Il live si è svolto in un ambiente ristretto e rustico, in un’atmosfera intima e genuina che, come leggerete di seguito nell’intervista, il cantautore ha apprezzato particolarmente. Vile ci è sembrato infatti a suo agio, nonostante le poche e imbarazzate parole scambiate col pubblico possano far pensare il contrario. L’artista, in realtà, ha voluto comunicare soltanto tramite le corde della chitarra, i tasti del pianoforte, il sound deciso e la sua voce.

Nell’intervista che segue, incorniciata nuovamente da impaccio e timidezza, ci ha parlato della creazione del disco, dell’importanza del concetto di “viaggio” per la musica, della duplicità dell’animo umano e dell’artista che vuole continuare ad essere: autentico e spontaneo.

Innanzitutto, complimenti per questo secret show, è stato molto intimo ed emozionante…

Grazie, credo che sia stato il migliore degli ultimi mesi. Veramente bello.

Parlaci del nuovo album b’lieve i’m goin down. Quali sono state le influenze degli ultimi due anni che ti hanno portato a questo disco? E non parlo solo di influenze musicali…

La vita è un susseguirsi di eventi, lo sai anche tu immagino. Sicuramente non sono la persona che ero due anni fa: mi sento più affinato, un po’ più autentico. Le persone che amo, le esperienze di vita…è difficile dire che cosa mi abbia influenzato: banalmente, tutti questi nuovi generi musicali a cui mi sono interessato. Al momento, musicalmente, mi sento stimolato in ogni direzione. E poi i ragazzi con cui mi piace suonare, che da conoscenti sono diventati veri amici, come Farmer Dave Scher, Rob Laasko, Stella Mozgawa. Sono tutti coinvolti in questo progetto, è successo qualcosa di speciale perché tutto fosse in equilibrio.

Le tue figlie?

Si certo, anche le mie figlie. Crescono troppo velocemente, e io me ne vado in giro per il mondo; ma sì, ovviamente mi hanno cambiato.

Da dove arriva il titolo dell’album?

L’intera cosa del “believe” è un lascito del blues e del folk; “going down” sta per la mortalità, quando ti senti giù. A volte dimentico da dove sia arrivato questo titolo, mi è solo venuto così. Può essere tante cose, è un concetto aperto. Per esempio la canzone Prodigal Son dice “Believe I’ll ride / Believe I’ll go back home”, è molto blues insomma. Mentre registravo All In A Daze Work ho iniziato a dire “Believe I’m going down” in modo melodico sopra la musica delle corde pizzicate. E infatti, poi abbiamo registrato un pezzo intitolato appunto B’lieve I’m Goin Down, che è finito nel cofanetto Deluxe.

Hai anche aggiunto nuovi strumenti (banjo, pianoforte, chitarra lap steel, Farfisa…)…

Tutti i gli strumenti che ho inserito li sapevo già usare. Ma più di tutti ho voluto inserire il pianoforte. Mi ha influenzato molto Randy Newman, ma anche Nick Cave, McCoy Tyner, e non ultime le piano-songs di John Lennon. Evadere attraverso un pianoforte è diverso rispetto al farlo con una chitarra. E poi il banjo, era da un po’ che ci pensavo. Quando ho composto I’m an Outlaw ho creduto fosse perfetto per questa canzone. Ha un suono così bello e dolce. E in generale penso che l’uso di tanti strumenti renda un album sempre fresco e mai noioso.

Quanto è stato importante viaggiare e registrare il disco in diverse parti degli Stati Uniti?

Già con l’ultimo album Wakin on a Pretty Daze (2013) mi sono abituato a non registrare tutto in un unico studio, saltellando invece un po’ in giro, tra Philadelphia, New York, California (Joshua Tree, L.A.). Sono sempre stato convinto che col beneficio del viaggio la musica eviti di diventare stagnante, e rimanga invece dinamica. Riesci a vedere tutto da differenti prospettive. Il fatto di registrare in altri posti significa entrare in nuovi “trip”, in nuove situazioni.

Vuoi mantenere questa modalità anche in futuro?

Vedremo se il prossimo disco lo farò ancora da nomade, oppure se riuscirò a fermarmi, non lo so.

Prima hai detto che ti senti più autentico. Anche Kim Gordon (Sonic Youth) ti definisce “onesto”. Pensi che sia proprio la tua autenticità ad attirare il pubblico?

Innanzitutto è stato un onore che lei abbia parlato così bene di me. Comunque, non so se tutto il pubblico si accorga di questo. Magari ad alcuni piace una sola canzone, oppure il mio sound più particolare. Credo che il mio pubblico abbia quella che chiamo  “pop-sensibility”. Lavoro sempre per dare al mio stile musicale qualcosa di unico, nonostante la mia base musicale sia il rock classico, e alla gente piace. In ogni caso, penso che essere autentici sia fondamentale.

Quindi cosa trovi difficile nel tuo rapporto col pubblico?

Trovo difficili i periodi in cui non sono in tour, sono una fregatura. Finché fai concerti, vedi l’elettricità del pubblico e hai un feedback, è bellissimo, ti riempi di orgoglio. Il difficile è durante i periodi di riposo – necessari per la musica – perché quando sei da solo e stai scrivendo non sai se piacerai alla gente.

Nel video di Pretty Pimpin vediamo la tua immagine duplicata, un po’ negli specchi, un po’ nella stanza. Anche nel testo c’è un riferimento alla duplicità umana, quando passi dal parlare in prima persona alla terza persona, come se fossi sdoppiato e ti guardassi da fuori…

Mi piace che tu l’abbia notato. Questo è proprio il punto di Pretty Pimpin: è psichedelico, trascendentale. Spesso parlare di se stessi e dei propri problemi ti fa sembrare debole agli occhi delle persone. Un frignone. Ho voluto usare l’espediente della terza persona così da poter analizzare il problema da fuori, una sorta di autoanalisi. Mi piace il fatto di saltare da “me” a “lui”. Ognuno di noi ha mille personalità e stati d’animo, l’essere umano è in contraddizione continua. Anche come musicista ti puoi sentire prima un angelo, poi un diavolo. È così che vedo il mondo e le persone.

Quindi dai importanza anche al lato ironico della tua attività artistica?

Credo che debbano esserci momenti ironici e di humor, perché penso che tutti riusciamo a vivere grazie a questo. Senza contare che a me piace far ridere, scherzare, fare battute. Ho sempre pensato che tutte le emozioni vengano racchiuse in una sfera, e che a volte tu ti ci debba sedere sopra. Nel senso che c’è molta tristezza, ma anche la gioia a volte è troppa, e quindi bisogna riderne per sdrammatizzare.

Che cosa è rimasto in questo disco del tuo primo periodo lo-fi? Cerchi ancora l’atmosfera di quei primi tempi?

Sì, sicuramente il lo-fi lo cerco, perché è legato a bei periodi. C’è stato molto amore e c’è stata tranquillità nel creare le canzoni di b’lieve i’m goin down, e non è secondario il fatto di aver provato all’interno di case, più accoglienti e con un’atmosfera più rilassata rispetto agli studi. Ci sono due brani che mi ricordano quel bellissimo periodo nel quale andavo a registrare a casa di Adam [Granduciel, ndSA] quando eravamo War On Drugs: parlo di Blackberry Song del 2009 e Overnight Religion del 2011. Ai tempi non eravamo puliti come oggi, e quindi registravamo emozioni pure. Era un periodo di insicurezza, avevo un lavoro diurno, e nel weekend sentivo la triste necessità di esprimermi musicalmente per tornare in contatto con la realtà.

Pensi di essere riuscito a ricreare quello stato d’animo nel nuovo album?

Pensavo di non riuscire a ricrearlo nel nuovo disco, invece ce l’ho fatta. L’urgenza di buttare fuori è rimasta. Certo, ora ho molti più aiuti e sostegni, ma non ricerco la perfezione perché penso che essa tolga personalità ed essenza alla musica. Le tracce registrate in modo meno accurato sono più pure, sincere.

A proposito di Adam Granduciel, è ancora con te nei The Violators che ti accompagnano nel tour, giusto?

Sì, giusto, è importantissimo per me.

Come ti senti sul palco? Ancora perso?

Un pochino, ma sono migliorato rispetto a qualche tempo fa. La cosa che ancora mi mette a disagio è il fatto che quando vai in un posto spesso devi affittare gli amplificatori o alcune strumentazioni, e quasi mai suonano come tu vorresti. Alcune volte suonano proprio di merda. Ma sto migliorando anche nella gestione delle apparecchiature tecnologiche e della tecnologia in generale, lo giuro!

17 settembre 2015
17 settembre 2015
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