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La capacità non comune di fermare il tempo, di bloccare un momento fondamentale nel corso di una storia del tutto personale o godersi un interminabile attimo di profonda e al contempo calma, malinconica tristezza, è fin dall’esordio uno dei tratti caratteristici di Jessica Pratt. Dall’eponimo esordio del 2012, in cui traspariva da subito un animo solitario e introverso, con quella sorta di raccolta di immaginarie polaroid d’epoca pronte a immortalare un connubio naturale tra realtà e fantasia, al secondo affondo con On Your Own Love Again, in cui alla solitudine si aggiungeva per cause di forza maggiore (la morte della madre avvenuta poco prima dell’uscita del primo album) una riflessione tutt’altro che spicciola sulla ciclicità degli eventi, sulla moltitudine di finali che la vita ci presenta come un conto troppo amaro da pagare (fine di un rapporto, di una condizione mentale, di una vita). Voce ipnotica (alla Joanna Newsom e con riferimenti precisi alla Marianne Faithfull di Rich Kid Blues) e chitarra in mano, la Pratt nel 2012 è già capace di costruirsi attorno una leggenda, chiamando a sé proprio il destino che le garantirà l’esordio: Tim Presley si innamora a tal punto delle sue composizioni da fondare la Birth Records con il solo scopo di pubblicarle, e le critiche successive pronte a inserirla di prepotenza all’interno dell’etichetta freak folk, proprio per un’incapacità sostanziale alla descrizione del momento (o movimento).
Quattro anni dopo quel sofferto finale (l’ermetica title-track On Your Own Love Again, poi ripresa anche dai Foxygen), arriva Quiet Signs con il suo carico di aspettative e quella voglia rinnovata di tornare per un attimo indietro nel tempo, che non per forza deve tradursi in un tour panoramico di questa o quella influenza specifica (si parla spesso di Nick Drake, quando forse il terreno più adatto è quello frequentato da Karen Dalton e Sibylle Baier, anche se in effetti River Man sta lì a indicare il sentiero), ma in maniera più immediata può corrispondere a una stanza precisa del passato, a un momento in cui si è assaporata – seppur brevemente – un’idea di felicità e appagamento, rendendo immediatamente palese che non si sarebbe più ripetuta allo stesso modo, suggerendo in questo senso la presenza fantasmatica del tempo stesso, con il suo scorrere inesorabile. È questo almeno il senso percepito nell’incipit Opening Night, spoglio di quella riconoscibilissima chitarra con cui ormai eravamo entrati in confidenza, che con il suo esplicito rimando all’omonimo film di John Cassavetes setta le coordinate emotive su cui vibrerà tutta la serie di suggestioni successive, a partire proprio da As the World Turns, sognante rimuginazione su un mondo incomprensibile e sulla futilità dei progetti futuri («And it’s so long before my future’s come / Drawn in sand and on, on»).
A un primo veloce ascolto potrà emergere una continuità naturale con quanto realizzato finora dalla Pratt (innegabile), ma è chiara la frattura che in realtà separa Quiet Signs dai due affondi precedenti: innanzitutto la strumentazione si fa più temeraria, capace di prendersi dei rischi non indifferenti, come quello di apparire sdolcinata nel flauto di Fare Thee Well, segno di un lavoro finalmente certosino in studio di registrazione (al contrario della lavorazione casalinga, da principessina del lo-fi, di cui il mercato è già saturo); anche l’utilizzo della voce appare radicalmente cambiato, misurato e reso più etereo man mano che i testi si fanno più personali, come nella confessione di Here My Love («Oh, I’ve thought of it time to time / Our stolen city sighs / I’ll lose him, how do I… ?»). Emanazioni bossa nova condizionano il procedere di Poly Blue, mentre nella successiva This Time Around ci ritroviamo proprio dentro il sogno, minimale e assolato in una terra di ricordi d’infanzia che lentamente si dipana davanti allo sguardo e che fa sprofondare la protagonista in uno sconforto fino ad allora solamente accarezzato. Spetta a Crossing chiudere questo “trittico dell’innamoramento perduto”, con l’inevitabile addio a farsi strada nella mente, prima ancora che nelle azioni. Il minimalismo sentimentale di Silent Song, solleva dubbi sulla natura della quest («Soft, sweet as the air / I longed to stay with you / Or did I belong to my song?») e su tutto l’universo narrativo sottile che separa amore e infatuazione, il cui unico approdo è il regno prediletto del dormiveglia, nella psichedelia soffocata di Aeroplane.
Lungi dall’essere considerato un capolavoro, Quiet Signs è un mezzo – il più convincente e calibrato finora – per una affermazione identitaria forte e riconoscibile di una cantautrice solitaria destinata non a cambiare le sorti della storia della musica, capace di restituirle quel senso di etereo e perduto (il termine inglese lost è forse più specifico al riguardo) di cui troppo spesso dimentichiamo di aver bisogno.
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