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A volte le rivoluzioni nascono da idee molto semplici. Perché la melodia e il rumore non possono andare a braccetto? Jim e William Reid, fratelli scozzesi cresciuti nella cittadina di East Kilbride, sono due dei tanti ragazzini che il punk ha spinto a prendere in mano gli strumenti e formare un gruppo. In loro non c’è però traccia dell’urgenza che divorava molti coetanei, e infatti i giovani se la prendono comoda. Il basso che William ha comprato nel 1977 rimane per cinque anni a prendere polvere in un angolo della casa. Nel frattempo lui e Jim parlano per ore, giorni, anni, di come dovrebbe essere la band perfetta. Perché nessuno fa questo, perché nessuno fa quello. Perché nessuno riesce a fidanzare le Shangri-Las con gli Einstürzende Neubauten, il rumore industriale con le melodie dei gruppi vocali degli anni ’60. Per poi scoprire che era esistita già una band capace di ricomporre la dualità di quei punti di riferimento e di precorrerli in un progetto ad ampio respiro. Erano i Velvet Underground.

Come ha detto Jim Reid, da questa sorta di rivelazione retroattiva «tutto acquistò allora un senso compiuto, come il punk, i Sex Pistols, gli Stooges, e il fatto che ci piacessero cose come Burt Bacharach e le Shangri-Las – prima erano tasselli di un puzzle che non combaciavano; penso che i Velvet Underground siano stati il complesso che riassumeva in sé tutti gli aspetti della musica che ci eccitavano, e che allora abbiamo capito come tutte queste cose potevano davvero essere messe insieme in una band». Detto fatto, un grazie al quasi omonimo Lou Reed (uno dei tanti grazie che dovremmo dire al buon Lou) e arriva il momento di imbracciare davvero le chitarre e passare all’azione.

Un’azione rapida e incisiva. Con il 45 giri di debutto per i tipi della Creation, i Reid Brothers creano la formula chimica del pop rumoroso e – in parte – anche del lo-fi: si scrive una canzone pop da tre accordi e la si mixa con strati e strati di feedback, con fischi da effetto larsen e tutte le cacofonie accidentali e immaginabili a formare una cortina fumogena intorno alla melodia. Facile come bere un bicchiere d’acqua, ma un bicchiere d’acqua rivoluzionario. Il titolo Upside Down (sottosopra) rende bene l’idea del ribaltone che i J&MC attuano all’interno del pop, iniettando un elemento disturbante ed estremo non in una musica d’avanguardia, bensì nel formato della classica song da tre minuti, a cui non rinunciano praticamente mai. E il quartetto – William alla chitarra, Jim alla voce, Douglas Hart al basso e un imberbe Bobbie Gillespie a suonare due tamburi due in uno stile minimalista alla Moe Tucker – non si smentisce sul palco, dove si produce in esibizioni surreali per la loro brevità, che scatenano risse e disordini. Ladies & gentlemen, ecco a voi il gruppo emergente più controverso dai tempi dei Sex Pistols; la stampa non può che andare a nozze mentre la critica e il pubblico si spellano le mani.

I singoli successivi continuano gli atti vandalici nei confronti del concetto di armonia e di arrangiamento di una canzone melodica, e la parallela costruzione dell’archetipo di un genere. Never Understand è un frizzante bubblepunk in stile Ramones sfregiato da un bombardamento a tappeto di larsen. You Trip Me Up è persino più estrema nel contrasto tra la struttura melodica della ballata e la chitarra di William, un martello pneumatico che sembra procedere per conto proprio nei suoi stridori assordanti. Il panning audio accosta le due anime non con una dialettica primo piano/sfondo, ma come un cinema espanso alla Chelsea Girls di Andy Warhol. Come vedere lo stesso film su due schermi diversi, o una proiezione in contemporanea di Eraserhead e di una specie di versione nichilista del Tempo delle mele, con l’audio sovrapposto. Just Like Honey risulta persino ammorbidita rispetto a tanto teppismo sonoro, che trasforma in un perverso wall of sound di marca spectoriana a base di distorsioni eretto su linee di chitarra arpeggiata. Accanto al rumore, un altro elemento chiave è la patina rétro e citazionista. L’incipit della batteria è una citazione palese da Be My Baby delle Ronettes (attacco in stile bayon beat imitato a loro volta da molti epigoni dei Jesus). Un passato, però, completamente trasfigurato dall’operazione sul sound (cinematograficamente parlando, più Mean Streets che Dirty Dancing… ahahah).

A differenza di Upside Down, i lati A degli altri 45 sono l’architrave dell’album di debutto più importante dei mid-eighties britannici, al pari di quello degli Smiths. Ispirato dal pop anni ‘60, dal garage rock, dal punk e dai Joy Divison (checché abbia detto Jim Reid, lo stesso che oggi pubblica i video dei JD sulla sua pagina Facebook), propone episodi intossicati dal feedback (In A Hole, Inside Me), l’industrial-surf di The Living End e My Little Underground, e brillanti novità: Cut Dead, acustica e malinconica alla Lou Reed, ma soprattutto The Hardest Walk , Taste of Cindy, Sowing Seeds, Something’s Wrong, composte dosando tutti gli ingredienti del suono dei Jesus & Mary Chain con il bilancino di precisione, per chiudere con l’unico episodio di noise rock fine a se stesso, It’s So Hard, la loro European Son in formato mignon.

I Jesus & Mary Chain rappresentano per il rock britannico quella cura cortisonica a base di distorsioni che dall’altra parte dell’Atlantico gli Hüsker Dü stavano somministrando al post-hardcore (aprendo la strada, tra gli altri, ai Dinosaur Jr). Le tracce degli shogazers riportano fino a qui, ma saranno appunto altri a sviluppare le intuizioni di Psychocandy, a partire dai Loop per arrivare alle architetture trascendentali di un Kevin Shields. I fratelli Reid faranno un passo indietro già nel secondo album Darklands, tornando a un alveo melodico molto più tradizionale, evitando di ripetersi sterilmente ma anche rinunciando a sviluppare la loro idea. Nella discografia del gruppo scozzese, oggi disponibile in un lussoso box con tutti i 33 giri, non si trova più un’opera dirompente come Psychocandy. L’abbinamento tra melodia e rumore, invece, diventerà terreno comune per i gruppi indipendenti e farà il botto nelle classifiche di tutto il mondo appena sei anni dopo: sarà una band americana, di vicino Seattle, a incartare le armonie pop in un simulacro di chitarre pesanti, questa volta di stampo hard-metal, e negli stop & go dei Pixies. Però questa, si sa, è tutta un’altra storia.

 

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