Recensioni

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Il primo incontro con Aqualung non si dimentica. Soprattutto se avviene con il vinile originale, magari nella collezione di un amico o parente più grande, durante l’adolescenza, quando curiosità e immaginazione sono intense. E’ un disco che cattura subito l’attenzione, fin dal dipinto in copertina: un vegliardo barbuto, con lunghi capelli bianchi e un ghigno ostile, si aggira in un pastrano sdrucito per le strade di un’epoca indefinita. Chi è mai costui? Generazioni di ragazzini sono cresciute pensando che quel vecchio fosse “Jethro Tull”. Poi la copertina si apre ed ecco altre immagini, altri personaggi strambi, folli o ubriachi, che fanno baldoria all’interno di una chiesa o forse una taverna. Un’empia irruzione? Ma è un disco rock o musica di secoli passati? I testi in caratteri gotici riportano storie e liturgie antiche. Narrano di come l’uomo prima creò Dio a propria immagine, e poi Aqualung, essere ripugnante, tenuto ai margini della società. Ah, allora Aqualung è una persona… O un tipo di persona. Tutto molto misterioso. Dove vive? In che epoca? Cosa combina? Nulla di buono, lascia presagire quel ghigno. Poi metti il disco sul piatto. E quel potente riff di chitarra ti colpisce subito. E il silenzio che segue. E il flauto, l’organo, e i cori a cappella. E le chitarre paiono spuntare dal medioevo, eppure sono elettriche. L’atmosfera ha un che di gelido, di spiffero in cattedrale nordica una sera d’autunno.

Aqualung è uno degli album più belli, strani e perturbanti della storia del rock. E’ l’album dei Jethro Tull che ha avuto più successo, fin dagli inizi. Sofisticato ma accessibile, audace ma orecchiabile, variegato ma coerente, internazionale ma britannico fino al midollo, al punto che qualche critico l’ha tacciato di provincialismo. Un classico, c’è poco da dire. Anzi, ci sarebbe tantissimo da dire. Perché da quattro decenni questo disco è fonte di controversie e angoscianti dilemmi. E’ un concept album o no? E’ prog rock? Folk rock? E che senso ha fare un disco sull’ipocrisia della religione ufficiale quando in occidente le istituzioni religiose sono evidentemente infiacchite e sulla via del tramonto? L’idea di Aqualung nasce dalle foto di homeless scattate a Londra da Jennie Franks, all’epoca moglie del leader del gruppo Ian Anderson nonché co-autrice del brano che dà il titolo all’album. Per il resto, tutte le canzoni sono composte dal solo Anderson, come al solito. La copertina è di Burton Silverman, probabilmente un autoritratto, anch’esso ispirato alle summenzionate foto.

L’anno è il 1971, Aqualung è il quarto album in studio per i Jethro Tull. Sta in mezzo tra lo sfilacciato Benefit (1970) e i monolitici Thick as a Brick (1972) e Passion Play (1973), e a posteriori costituisce un evidente punto di svolta nella lunghissima carriera della band. A fianco del sardonico Ian Anderson (voce, flauto, chitarra acustica) c’è Martin Barre alla chitarra elettrica. Entrambi in stato di grazia, formano il nucleo duro che sopravvivrà a mille cambiamenti. Questo è l’ultimo album per il batterista Clive Bunker, e nel gruppo sono reclutati due elementi nuovi, o quasi nuovi. Il primo è il bassista Jeffrey Hammond Hammond, vecchio amico di Anderson che rimpiazza Glenn Cornick. In seguito abbandonerà il gruppo per dedicarsi alla sua vera vocazione: la pittura. Alle tastiere entra nella band a titolo ufficiale un’altra vecchia conoscenza di Anderson, John Evan, anche lui in gran spolvero (si ascolti la sua introduzione di pianoforte a Locomotive Breath). L’album è notoriamente diviso in due parti, corrispondenti ai lati del vinile. Il lato A, Aqualung, è incentrato su una serie di personaggi che vivono ai margini della società, e il lato B, My God, si occupa prevalentemente di questioni religiose. Se si considerano alcuni aspetti stilistici oltre a quelli tematici, al di là di questa bipartizione iscritta nell’album è possibile dividere le canzoni in tre gruppi principali, non necessariamente associati con questo o quel lato del disco. Il primo gruppo contiene canzoni di critica sociale, lo percorrono figure di reietti e disadattati che una società malata di perbenismo tiene ai margini: non solo il clochard Aqualung, ma anche le varie figure che circondano la studentessa prostituta di Cross-Eyed Mary o che popolano le surreali vignette di vita britannica di Mother Goose.

Come accennato, sul retro della copertina del disco c’è un passo in stile biblico che narra di come l’uomo creò Aqualung dalla polvere del suolo, e con lui un’orda di altri “uomini minori” gettati nel vuoto, emarginati, o messi al rogo. All’archetipo di questa stirpe di paria è dedicata la canzone Aqualung, vero capolavoro col suo indimenticabile attacco di chitarra, e l’alternanza di aggressive parti elettriche e momenti acustici più riflessivi. Il personaggio Aqualung è un vecchio vagabondo, dal respiro affannoso (da qui il nome). Si tratta di un uomo probabilmente innocuo ma, essendo malato, sporco e isolato, è percepito dalla gente perbene come un pericolo, un potenziale molestatore che lancia occhiate male intenzionate alle ragazzine, in un mondo in cui il rifiuto della povertà si accompagna all’incomprensione, alla proiezione di paure collettive e all’attribuzione inconscia di desideri inconfessabili. Il brano seguente, Cross-Eyed Mary, è un rock sincopato che narra le vicende di una studentessa prostituta. Mary si fa pagare profumatamente dai clienti ricchi ma va gratuitamente coi poveri, preferendo la compagnia dei vecchi Aqualung a quella dei compagni di scuola. Non mi convincono le interpretazioni che fanno di lei una sorta di allegoria delle religioni ufficiali che si prostituiscono a potenti gruppi d’interesse. Mary è dipinta come figura positiva, per quanto alienata e incapace di funzionare secondo le aspettative della società, proprio come Aqualung, e come Robin Hood, eroe britannico per eccellenza, a cui è esplicitamente paragonata.

Alienato è anche il protagonista di Locomotive Breath, eterno perdente, tradito da moglie, famiglia e amici, schiacciato da delusioni e fallimenti, trascinato dai meccanismi della società moderna in un’inesorabile corsa verso la morte. Più leggere nelle atmosfere e nei toni sono la fiabesca Mother Goose e l’incalzante Up to Me. Il secondo gruppo di canzoni è accomunato da una critica della religione tradizionale, e in particolare dà voce a un’accesa polemica contro la Chiesa d’Inghilterra e contro l’ipocrisia di chi svende il divino per usarlo ai propri fini (denaro, potere, guerra). Tra queste canzoni ricordiamo innanzitutto My God, che ha una pregevole introduzione di chitarra acustica e un misterioso intermezzo corale a cappella, con flauto ovviamente. Qui la religione appare sconnessa dai valori di amore e fratellanza su cui dichiara di basarsi, e appare piuttosto come uno strumento inventato dall’uomo per controllare e manipolare i propri simili. Su questi temi vertono anche Hymn 43, brano che risente di evidenti influenze blues, e la struggente Wind-Up, una resa dei conti tra un giovane e l’educazione che gli viene impartita: un’educazione religiosa che fin dall’infanzia perversamente indirizza gli individui al successo economico e al prestigio sociale, soffocandone le più nobili aspirazioni spirituali.

Dal punto di vista della riuscita artistica, queste canzoni corrono alcuni rischi. Primo tra tutti, il rischio di degenerare nell’invettiva rancorosa e, paradossalmente, nella predica. Il tono può farsi didattico e pretenzioso. Ci si può legittimamente chiedere: abbiamo veramente bisogno di un gruppo rock che ci spieghi questioni teologiche e ci illumini sulla vera natura di Dio? Un altro pericolo è l’imbucarsi in una visione provinciale e anacronistica, prendendosela con istituzioni radicate in una tradizione relativamente circoscritta, in un occidente che sempre più si va facendo, da un lato, laico e agnostico, e dall’altro lato aperto a una miriade di spiritualità alternative. In altri termini: mentre i Jethro Tull se la prendono con l’austera chiesa anglicana, i Beatles vanno in giro conciati da yogi himalayani e John McLaughlin si fa chiamare Mahavishnu.

Alla fine il disco si salva alla grande grazie all’umorismo di Anderson e soci, a una sincera comprensione dei più deboli, e a uno straordinario intuito per gli aspetti bizzarri che si celando dietro la realtà più trita. Se qua e là affiora un po’ di presunzione, non dimentichiamo che i testi sono stati scritti da un ventitreenne, anche se qualcuno malignamente insinua che Anderson non sia mai stato veramente giovane. Il terzo gruppo di canzoni è costituito da piccoli gioielli di chitarra acustica e voce. Qui emerge con sicurezza Ian Anderson cantautore folk: Cheap Day Return (composta durante l’attesa di un treno in stazione dopo una visita al padre malato in ospedale), Wond’ring Aloud (sull’amore e i semplici momenti della vita di coppia come possibili vie di salvezza in un mondo sempre più freddo), Slipstream (più astratta e sfuggente, ma ancora incentrata sul conflitto tra beni terreni ed esigenze spirituali). Sono canzoni brevi, evocative, chitarristicamente sofisticate, a un primo ascolto dolci e delicate, in cui però la forma concisa amplifica le potenziali implicazioni e inquietudini. Nell’album la coesistenza di queste brevi canzoni acustiche con irruenti brani rock costituisce uno degli elementi che minano l’identità di Aqualung come costruzione monolitica. E si torna per questo verso all’annosa questione: è un concept album? Se il quesito è rimasto irrisolto per tanto tempo significa che la soluzione non è semplice. In più occasioni Ian Anderson ha detto che per lui la risposta è no, e che anzi il disco seguente, l’ininterrotto e progressivo Thick as a Brick (1972), ha avuto origine come reazione esagerata e parodica a tutto quanto era stato scritto su Aqualung come concept album. In Aqualung c’è sicuramente una mescolanza di stili, umori, e situazioni: si passa dalla psichedelia alla liturgia, dal madrigale all’inno, dal gospel al jazz e al blues. Ma l’approccio di base è quello di un rock classico, con un amore (sempre apertamente dichiarato da Anderson) per il folk. E quantomeno s’intravede una trama che tiene assieme vari brani, e una serie relativamente circoscrivibile di temi che ricorrono da canzone a canzone.

Nel complesso è un’opera coesa. La sua atmosfera è immediatamente riconoscibile. Questa solidità ha contribuito a far sì che l’album sopravvivesse a varie temperie nel corso dei decenni, andando a influenzare gli ambiti più inaspettati, dal punk all’heavy metal. Anderson e Barre sono attivi tutt’oggi. Sulla soglia dei settant’anni viaggiano per il mondo suonando ancora alcune di queste canzoni. Io li ho visti per la prima volta in concerto da ragazzino all’Arena Civica a Milano nell’estate 1988, ai tempi di 20 Years of Jethro Tull, e già allora pareva fossero in giro da un’eternità. Eternità a venire, evidentemente.

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