• set
    16
    2014

Album

Universal

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Bisogna riconoscere a Battiato la capacità di giocare con regole diverse la partita con la resa dei conti che ogni musicista maturo affronta presto o tardi. La fortunata produzione pop del cantautore siciliano – iniziata nel ’79 con L’era del cinghiale bianco – lo ha visto muoversi tra elettronica, easy listening, cantautorale, wave rock, ibridazioni cameristiche, misticismo classicheggiante e sicuramente qualcos’altro che adesso non mi sovviene. Prima di questo fortunato periodo c’è stata però una fase – come dire? – propedeutica, durante la quale riuscì ad imporsi come una delle figure più curiose e interessanti della sperimentazione sonora italiana dei 70s. Da Fetus (1972) a L’Egitto prima delle sabbie (1978), passando dallo straordinario Sulle corde di Aries (1973), Battiato tracciò infatti un percorso in bilico tra minimalismo, progressiva e colta, componendo arie post-moderne in cui il canto si limitava spesso a pochi vocalizzi, chiose sconcertanti di tessiture suggestive, ambientazioni aliene che – sulla scorta delle inaudite possibilità del sintetizzatore analogico VCS3 – non mancarono di colpire anche la critica d’oltralpe.

E’ appunto a quei lavori che questo Joe Patti’s Experimental Group (titolo scelto pare solo per come suona) guarda, recuperando modalità, strutture e forme, nonché un pezzo da Clic (la formidabile Proprietà proibita, utilizzata per anni come sigla di TG2 Dossier), forse e non a caso l’album che più ricorda l’influenza di Terry Riley e Steve Reich. Detto della presenza del pianista Carlo Guaitoli, particolare enfasi è riservata al contributo di Pino “Pinaxa” Pischetola, sound engineer da tempo collaboratore di Battiato (e nel frattempo al lavoro con mezzo mondo), a ribadire che di ricerca sonora si tratta, o meglio d’indagare le possibilità di questi suoni nel presente. Le sensazioni sono positive: nel momento stesso in cui riverberi radianti, intrecci valvolari e scansioni androidi attivano i dispositivi della nostalgia e si fanno riconoscere come ingredienti fondanti della sua produzione più radiofonica (non è mai mancato al Battiato pop lo scarto qualitativamente elevato, il vezzo “alto” che si fa organico all’orecchiabilità della canzone), abbozzano una sorta di dimensione alternativa dove il sintetico non ha conosciuto la dis-antropizzazione del digitale, conservando necessità spirituali e codici visionari che la storia ha messo in disparte ma non ha annientato.

Al netto di questo, rileviamo come tracce quali L’isola elefante e Omaggio a Giordano Bruno potrebbero benissimo stazionare nel catalogo Warp, Leoncavallo e The Implicate Order scozzano con disinvoltura movenze Eno e spasmi Underworld, mentre le rarefatte palpitazioni di Klavier emanano potenzialità cinematiche da brividi. Uno sfizio, un gioco, oppure una sfida all’ascoltatore “medio”, cui Battiato offre la possibilità di sbirciare dietro le quinte dei “battiatismi”, in quell’ombra della luce che ne sostanzia da sempre la proposta.

19 settembre 2014
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