Recensioni

6.8

Nell’ultimo periodo, scrivere una recensione su un “nuovo” disco di John Coltrane è un po’ come poteva essere scriverne una su un “nuovo” album di Jimi Hendrix tra la fine degli anni novanta e l’inizio dei Duemila, quando etichette come Experience Hendrix e MCA Records sfruttavano ampiamente il catalogo “nascosto” del chitarrista americano pubblicando a ripetizione live e registrazioni inedite. Se prendiamo in considerazione il materiale fatto uscire dal 2014 ad oggi sull’autore di A Love Supreme, infatti, si contano almeno cinque album (ma probabilmente sono di più…) contenenti materiale mai ascoltato prima o live, a cui c’è da aggiungere il cofanetto Coltrane ’58 The Prestige Recordings uscito quest’anno. E non stiamo parlando di bootleg, dal momento che tutti i dischi provengono da etichette maggiori come Impulse!, Columbia, Verve o Resonance.

Del resto Coltrane è sempre stato un affare per i discografici, non solo per la notorietà del personaggio – parliamo pur sempre di uno dei più grandi musicisti jazz di tutti i tempi – ma anche perché il Nostro registrava spesso e volentieri, avendo in essere contratti con varie etichette, oltre che il bisogno di “testimoniare” in qualche modo l’evoluzione di uno stile sempre in divenire. È vero anche che il contenuto delle pubblicazioni postume rappresenta talvolta il classico “fondo del barile” da raschiare finché non si consumi il legno, a cui va ascritto al massimo il merito di rappresentare una testimonianza storica di un percorso stilistico. Eppure, quel Both Direction at Once: The Lost Album pubblicato (e recensito) nel 2018, ad esempio, ci colpì molto, sia in termini di qualità media dei brani – e quindi anche per la sensatezza dell’operazione discografica – che per l’importanza storica, fotografia di uno stile musicale di passaggio verso capolavori come il già citato A Love Supreme.

Non fa la stessa cosa il Blue World oggetto di questa recensione: tre versioni alternative di Village Blues, due del classicissimo Naima, e i brani Blue World, Like Sonny e Traneing In a completare la scaletta, per un disco che ovviamente ha l’eleganza e il fascino che gli compete – stiamo sempre parlando del quartetto con McCoy Tyner, Jimmy Garrison ed Elvin Jones, ovvero lo zenit delle line-up nella discografia di Coltrane – pur non impressionando in termini di imprescindibilità dell’ascolto. La motivazione è semplice: a parte il piacere di godere del sassofonista statunitense all’opera su alcuni dei suoi standard, non si coglie quel valore storiografico che in realtà il disco – o meglio, il comunicato stampa allegato ad esso – vorrebbe propagandare. Considerato anche che le registrazioni risalgono al 1964, quindi a un periodo che è una sorta di spartiacque temporale tra dischi come Crescent e A Love Supreme.

L’idea che Coltrane in quel momento fosse decisamente più avanti di quanto si ascolta in questo album, e che forse la motivazione alla base delle registrazioni, ovvero costituire un corpus di brani per la colonna sonora del film Le chat dans le sac di Gilles Groulx, abbia in qualche modo influito sul risultato finale, è più di una supposizione. Detto questo, i passaggi centrali della title track, con quel ping-pong tra il pianoforte di McCoy Tyner e i fiati, appassionano per dissonanze e flow, l’assolo iniziale di contrabbasso di Traneing In è una introduzione piuttosto intrigante per uno dei brani con più swing e più da virtuosi del pacchetto: frammenti di una classicità rivista ma non stravolta, insomma, con la consapevolezza che i capolavori stanno da un’altra parte.

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