Recensioni

Da molti considerato il capolavoro di John Hughes, Breakfast Club rappresenta, per la generazione nata a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, l’equivalente cinematografico di pellicole come Gioventù bruciata e I 400 colpi. I nostri genitori avevano Jim Stark e Antoine Doinel, noi abbiamo Claire Standish e John Bender: icone come i predecessori, altrettanto protagonisti di una rottura con il passato e artefici di un nuovo modo di raccontare l’esperienza giovanile. «Questo è un film che rimarrà in giro per molto tempo. E anche se non dovesse diventare fonte di guadagno, sappiate che l’importante è aver documentato una piccola parentesi della vita che normalmente non viene mai mostrata sullo schermo», dirà Hughes ai suoi attori dopo la prima proiezione in un cinema di Westwood, vicino all’Università della California, e fu un pensiero lungimirante. Breakfast Club è più di una sequenza di scene, è un inno, un rito di passaggio, un messaggio universale che sfida il tempo e lo spazio senza che questi ne affievoliscano il valore. Perciò non è sbagliato paragonare la straordinaria intensità del finale dell’opera d’esordio di Truffaut, quella lunga carrellata sulla spiaggia in cui la macchina da presa coglie lo sguardo di Jean-Pierre Léaud nell’atto di scrutare l’orizzonte, alla marcia trionfale di John Bender sulle ultime battute di questo film: il pugno agitato in aria, un futuro di conquiste davanti a sé e la sensazione di aver guadagnato la libertà. Entrambi liberi dai vincoli sociali, liberi dalle definizioni, il mondo ai loro piedi e una storia da scrivere che sarebbe rimasta per sempre.
Le riprese del film iniziarono il 28 marzo del 1984, in un set ricostruito nella palestra della Maine North High School, Illinois, e si conclusero due mesi più tardi; contemporaneamente, Sixteen Candles – Un compleanno da ricordare usciva nelle sale. Nel 1982, in soli due giorni, John Hughes aveva scritto la prima delle numerose bozze di Breakfast Club, con l’intenzione di trasformare quella sceneggiatura nel suo esordio dietro la macchina da presa, ma il carattere discreto e l’umiltà ne frenarono l’entusiasmo: Molly Ringwald disse di non aver mai letto «qualcosa di così unico, diverso, monumentale», pertanto Hughes decise di fare un passo indietro. Consapevole di avere ancora molto da imparare sul mestiere, preferì misurarsi nella regia “esplorativa” e meno insidiosa di Sixteen Candles, dove lo schema classico della commedia adolescenziale (inizio-imprevisto-risoluzione) ben si adattava alle possibilità di un filmaker alle prime armi, e scelse di gestire il piano di lavorazione di Breakfast Club in una sola location. Nessuno, all’epoca, poteva immaginare quali sarebbero state le reazioni del mondo esterno di fronte ad un simile esperimento in un genere, il teen movie, che mai aveva rischiato così tanto. Gli ostacoli iniziarono a emergere già in termini di comunicazione e marketing: come si vende un film che parla di cinque adolescenti costretti a trascorrere il sabato a scuola per scontare una punizione?
Universal ordinò, strategicamente, che fosse montato un trailer sulle musiche ritmate di Chuck Berry, in modo da far apparire il prodotto come l’ennesima commediola teen leggera, omettendo i riferimenti al suo messaggio drammatico e ricco di sfumature. A una allora emergente Annie Leibovitz, oggi tra le più affermate e famose fotografe americane, spettò il difficile compito di catturare l’essenza della pellicola nel poster ufficiale; Molly Ringwald, Emilio Estevez, Judd Nelson, Anthony Michael Hall e Ally Sheedy, stretti in una forma piramidale, guardano lo spettatore con un’espressione di sfida. Più che una banale locandina, sembrava la copertina di un album rock. Chiusa la campagna pubblicitaria, il film uscì nelle sale americane il 15 febbraio 1985, l’anno di Ritorno al futuro di Robert Zemeckis e de I Goonies di Richard Donner, incassando complessivamente 51,5 milioni di dollari a fronte di appena un milione di budget.
Ormai celebri, le prime note di Don’t You Forget About Me dei Simple Minds introducono la scritta “A John Hughes Film”, un’apertura resa ancora più solenne dalla citazione, tratta da un brano di David Bowie, inserita nei titoli di testa e pronta letteralmente a frantumarsi un attimo dopo. Ancora una volta bastano pochi ma essenziali elementi per individuare le premesse della pellicola e le linee guida della narrazione, e nel caso di Breakfast Club, il regista di Chicago sfrutta il momento dell’arrivo a scuola dei ragazzi, che a molti parrebbe privo di importanza, per delinearne i profili caratteriali e l’estrazione sociale, rimandando al finale le risposte sulla causa della loro punizione. La prima a essere inquadrata è Claire (Molly Ringwald, la principessa), seduta di fianco al padre nella sua automobile, una BMW grigia metallizzata da persone benestanti; al contrario degli altri studenti, viene subito svelata la ragione della sua punizione: ha saltato le lezioni per fare shopping, una colpa che non la rende affatto una ritardata, come ci tiene a precisare il genitore; meno indulgente sembra la madre di Brian (Anthony Michael Hall, il cervello), che con toni militari esorta il figlio a entrare cercando di studiare qualcosa. Mentre diverso è il discorso “motivazionale” del padre a Andy (Emilio Estevez, l’atleta): il sabato di reclusione è paragonato a un incontro di wrestling che il figlio non deve e non può perdere, con un gioco di parole filtrato da un’etica competitiva ad ogni costo; è un dato irrilevante nel film, tuttavia ci ricorda quanto sia normale rintracciare simili esempi di incoraggiamento nella cinematografia statunitense, poiché nella cultura americana lo sport svolge il ruolo dell’epica nella tradizione europea, colmando quel vuoto delle origini in una storia recente che si fonda sulla memoria delle grandi imprese sportive. Quindi, la macchina di Andy si allontana e da dietro compare Bender (Judd Nelson, il criminale), da solo, mentre da sinistra arriva Allison (Ally Sheedy, il caso senza speranza) accompagnata dai genitori: una volta scesa dall’auto rimane in silenzio finché la vettura riparte, cerca dai suoi un cenno, un gesto d’affetto, ma niente. Si chiude così, avvolta dal fantasma dell’assenza, la presentazione dei cinque personaggi principali di Breakfast Club, e il parcheggio del liceo, un attimo prima affollato, si svuota. Come la casa di Samantha Baker in Sixteen Candles.
John Hughes conosceva la realtà in cui era ambientata la pellicola e da essa ricavava pagine di un’onestà senza paragoni nel teen movie dell’epoca. Il punto di partenza, in Breakfast Club, sono i teenager americani e la loro vita negli anni Ottanta, i loro sogni, le aspettative, le paure, le responsabilità: tematiche che richiedevano per Hughes un approccio più serio di quello adottato fino ad allora. Il film, fin dalla scelta di avere dei protagonisti iscritti in precise categorie, compie un atto di coraggio non indifferente, pur aderendo ai canoni classici del genere, ma è con la sensibilità e l’intelligenza che il regista supera queste etichette, consegnandoci forse il più sincero e pericoloso ritratto generazionale dell’epoca. Quando guardiamo Breakfast Club dobbiamo visualizzare l’immagine della società medio borghese intorno al 1980: Claire è figlia di un imminente divorzio, in cui le tensioni familiari vengono in qualche modo allietate dal falso interessamento delle parti (il padre, invece di rimproverarla per aver marinato la scuola, le promette un regalo, tentando di comprare la sua approvazione). È stato stimato che in quel periodo storico, la percentuale dei divorzi negli Stati Uniti era esponenzialmente alzata. Un altro capitolo va aperto esaminando il personaggio di Allison, di gran lunga il più interessante e sfaccettato: nella sequenza d’apertura, la ragazza viene esplicitamente ignorata dai genitori e scaricata sull’asfalto neanche fosse un sacco della spazzatura (d’altronde la sua etichetta è basket case), segnale di un fenomeno ancora preoccupante. Era iniziata l’era dei minori costretti a badare a se stessi, spesso in case di famiglie troppo distratte o troppo impegnate per accorgersi di loro. Sempre in questo triste contesto è inserito Brian, “colpevole” di aver tentato il suicidio perché schiacciato dalle pressioni dei suoi familiari: negli anni Ottanta – un ulteriore dato statistico che non sfuggì a Hughes – il tasso di suicidi in età giovanile era triplicato rispetto agli anni Cinquanta. Brian, ma anche Bender e Andy, che non abbiamo nominato, rappresentavano tutti quei ragazzi trascurati, sottovalutati e incompresi che Breakfast Club pone sotto i riflettori legittimando l’importanza dei loro problemi, urgenti tanto quanto conflitti politici, guerre ideologiche e tracolli finanziari.
Ecco, John Hughes parlava a questa generazione dimenticata, ai figli trascurati, sapeva ascoltarli e trattarli con cura; anche se la sua adolescenza non era stata così travagliata come quella dei protagonisti dei film, in qualche modo riusciva a comprendere la natura del loro malessere interiore cercando di trovare una via d’uscita. E se la critica cinematografica ha una colpa, mai realmente espiata, è insita nella cecità dimostrata verso il teen movie, un genere confinato nella nicchia dei successi dimenticabili o non abbastanza rilevanti. Oggi il recupero della cosiddetta cultura 80’s ne annuncia un prepotente ritorno di fiamma, una missione portata avanti con fierezza da prodotti audiovisivi molto apprezzati dalla critica come la serie della piattaforma streaming Netflix Stranger Things, Sing Street di John Carney, o Tutti vogliono qualcosa!! di Richard Linklater, senza contare le pellicole che, pur non ambientate nel passato, ne conservano lo spirito e l’approccio, come il recente 17 anni (e come uscirne vivi), esordio della regista Kelly Fremon Craig.
La fama di Breakfast Club crebbe velocemente in tutti gli Stati Uniti e non solo: il passaparola divenne uno tra i fattori determinanti del suo successo che, grazie alla distribuzione home-video, riuscì a raggiungere un pubblico più vasto, innescando un processo di gradimento crescente. Tutti ne parlavano, gli attori erano ormai icone di un vero e proprio gruppo artistico, il Brat Pack, e nei licei americani i dialoghi scritti da Hughes diventavano spettacoli amatoriali portati in scena con la massima accuratezza. D’altro canto, la matrice drammaturgica del testo originale ben si adattava a una rappresentazione teatrale, un’idea che il regista ha sempre covato, nonostante alla fine abbia scelto il cinema come mezzo per raccontare questa particolare e inedita sessione di terapia di gruppo. Breakfast Club, infatti, risponde in modo adeguato al canone narrativo instituito da Aristotele e formalizzato soltanto dall’umanesimo cinquecentesco, ovvero ciò che comunemente chiamiamo “unità aristoteliche”: tempo, luogo e azione. Il racconto dei cinque studenti costretti in punizione si snoda nell’arco di una sola giornata (24 marzo 1984), prende vita all’interno di un unico luogo (la biblioteca) e la trama, priva d’intrecci secondari, esaurisce i suoi intenti nei novanta minuti disponibili.
Un altro elemento che suggerisce questa pronunciata teatralità è la composizione dello spazio: potrà risultare invisibile ad occhi meno esperti, eppure il lavoro della scenografa Jennifer Polito ha contribuito a rendere Breakfast Club il capolavoro che è ancora oggi. La sfida maggiore era quella di donare dinamicità a un contesto altrimenti statico e inanimato come una biblioteca, a partire dal posizionamento degli oggetti di scena e degli attori in un set costruito su due livelli. In basso erano situati i tavoli, dove i protagonisti siedono in ordine sparso rendendo più evidente la separazione, alle loro spalle si erge la statua verso cui Allison lancia una fetta di salame e Bender danza scatenato nell’epilogo; al piano superiore, invece, c’è una balconata che percorre la forma della stanza e ospita diversi scaffali pieni di libri. Quassù Andy, esaltatosi con il brano I’m The Dude di Keith Forsey, corre facendo capriole e dando uno schiaffo alla bandiera americana – a voi l’interpretazione del gesto. Grazie a questi piccoli espedienti il set unico appare ricco di risorse, capace di fornire i necessari margini di spostamento alla macchina da presa.
Breakfast Club fu una specie di miracolo cinematografico, una scommessa vinta, un dono alle giovani generazioni. Ignaro di tutto ciò, John Hughes scrisse e diresse il suo capolavoro a trentaquattro anni, lui sempre restìo ad accettare la classica definizione di regista, lui che preferiva restare di fianco agli attori, come se facesse lui stesso parte della scena. Attento ad ascoltare le voci dei ragazzi che la società trascurava, Hughes lascia un testamento che gli altri, dopo la sua morte, avrebbero preso ad esempio, citato, o semplicemente, ammirato. Consapevoli che si trattasse di un irripetibile episodio di cinema e di una lezione di vita.
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